Le feste sono gli anniversari del cuore.    H.W.Longfellow

Le feste sono gli anniversari del cuore. H.W.Longfellow

Le feste in famiglia, se non emergono grandi problemi, creano risorse profonde dentro i bambini. In queste ricorrenze si può sperimentare un grande calore che in seguito verrà associato in futuro allo stesso periodo o a situazioni simili. L’essere umano prova angoscia al pensiero di essere abbandonato, soprattutto da piccolo. Vedere riuniti familiari ed amici dà una bella sensazione al bambino: se dovesse accadere qualcosa ai genitori, c’è lì qualcuno che potrebbe accoglierlo e prendersi cura di lui. E questa sensazione, soprattutto se l’esperienza si ripeterà, andrà a formare un nucleo di fiducia all’interno del bambino che lo aiuterà una volta divenuto adulto.

Stefi Pedersen, una psicoanalista, nella Seconda Guerra Mondiale condusse dei bambini ebrei in una traversata delle alpi che separano la Norvegia dalla Svezia, in inverno, per salvarli dalla deportazione. Una situazione non facile. I bambini erano arrivati in Norvegia da altre zone dell’Europa, erano profughi, quindi sapevano già come comportarsi e cosa fare: portare soltanto l’essenziale, uno zaino col cibo necessario per arrivare fino a destinazione e per vestiti solo quelli che indossavano.
Arrivati in Svezia, la Pedersen notò una cosa singolare: in fondo agli zaini, ormai vuoti, ognuno aveva qualcos’altro. Non erano oggetti preziosi, erano semplici decorazioni dell’albero di Natale, alcune fatte di cartone e stagnola (erano ebrei non praticanti, Natale per loro era una festa della famiglia, senza implicazioni religiose).
Possibile che bambini già abituati a lasciare tante cose dietro di sé, per dare la precedenza all’essenziale, avessero scelto di portarsi dietro oggetti simili? Sì. Quegli oggetti parlavano loro di momenti in cui si erano sentiti felici e al sicuro, erano la rappresentazione dei momenti buoni della vita, e davano loro la speranza che altrove, pur non sapendo ancora dove, avrebbero avuto altri alberi di Natale ad attenderli, altri momenti buoni. Erano ricordi che li avrebbero aiutati ad attraversare le avversità della vita con fiducia.

Ovviamente, è altrettanto vero il contrario: se in queste occasioni sono state sperimentate perdita, solitudine o frustrazione, sarà più probabile che da adulti si assoceranno queste ricorrenze a malinconia ed angoscia, una sorta di “depressione da evento” che riporterà a galla antiche ferite. E tornerà la paura di essere presenze non gradite.

Adesso veniamo a noi. Siamo adulti. Comunque siano stati i nostri Natali passati, siamo sopravvissuti abbastanza bene, almeno fisicamente, e siamo lontani da guerre. Cosa dovrebbe preoccuparci in questo periodo? Nulla, a parte le vacanze in cui affrontare clan familiari con cui non a caso di solito non interagiamo.
Cosa si può fare? Si parte per un paese lontano o si simula un malore? La fuga è sempre una soluzione, ma a lungo andare può essere stancante. Qualora si scelga di non fuggire, ecco alcuni spunti di riflessione o dritte per arrivare meno ammaccati possibile fino all’Epifania:

  • Ascoltarsi bene per capire cosa si vuole, e, qualunque strategia si scelga di portare avanti, capire perchè e per chi lo si fa. Con una maggiore consapevolezza, le situazioni si affrontano in modo diverso: si sceglie in modo attivo e non si subisce ciò che ci accade.
  • Ricordare che anche se i nostri parenti più o meno acquisiti non hanno modi che si sposano alla perfezione con il nostro sentire… quello è il loro modo di fare consueto, e non qualcosa di dedicato a noi. Noi inciampiamo in ciò che per loro è un normale modo porsi all’altro.
  • Giocare d’anticipo con ironia: all’inizio del pranzo/cena si può prendere la parola per dire “Quest’anno sono ancora single, no, non cè nessun bambino in arrivo, la mia carriera è ancora ben lontana dall’esser definita brillante, vivo ancora nella casa dell’anno scorso, e come tutti possono notare non ho fatto alcuna dieta dimagrante. Quindi attenzione perché potreste dirmi le stesse cose dell’anno scorso (e come l’anno scorso non ascolterei i vostri mille consigli)”. Per agevolare gli scambi, potete suggerire eventi o situazioni nuove su cui potreste dilungarvi piacevolmente con racconti epici.
  • Se proprio critiche ed interrogatori si fanno pressanti e non avete giocato d’anticipo, potete sempre:
    elargire sguardi eloquenti;
    – spiegare tranquillamente ciò che si prova e che può essere frustrante subire un interrogatorio su alcuni aspetti della propria vita;
    convogliare l’attenzione su qualcos’altro di interessante che vi è accaduto;
    – coinvolgere nella conversazione qualcuno che possa spalleggiarvi (questo essere umano c’è sempre da qualche parte)
  • Per arrivare in fondo alle giornate (nel caso si sia lontani da casa propria e non ci sia la possibilità di afferrare la valigia dopo il pasto pantagruelico) ci si può (deve) distrarre con boccate d’ossigeno più o meno metaforico:
    – fare telefonate agli amici per commentare e sdrammatizzare il mal comune dei clan familiari;
    – ritagliarsi del tempo per sé per andare in giro e chiacchierare con gente amica

Voi cosa farete? Come andranno le vacanze?
Io, intanto, sul mio albero di Natale ho già puntato una renna dipinta dalla inconfondibile mano espressionista di mio figlio. La metterò in valigia come buon auspicio sugli incontri, sull’autenticità nei rapporti umani e sulla buona digestione di tutto ciò che mangerò.

Bibliografia:
Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1987.

Il navigatore per arrivare prima…ma forse nel posto sbagliato

Il navigatore per arrivare prima…ma forse nel posto sbagliato

Tempo fa mi sono ritrovata a parlare con un’altra mamma al parco. Mio figlio è abbastanza temerario e si arrampica dappertutto, anche se con criterio (almeno finora…). Il figlio di quest’altra donna voleva seguirlo e fare qualcosa che per lei era pericoloso, quindi “No, non farlo! Mi fa preoccupare vederti fare questa cosa, e tu non vuoi che io mi preoccupi, vero?”

Obiettivo raggiunto! Il bambino ha desistito immediatamente.

Poi, rivolta a me “Sono fiera di come ho impostato la sua educazione! Gli comunico il mio stato d’animo e lui, per non farmi star male, non fa ciò che non deve fare. Lo aiuto a mostrare empatia verso gli altri.”. Io sono rimasta basita, ma per quieto vivere non ho detto nulla. Non ero abbastanza in confidenza per comunicarle la mia opinione in merito.

‘Avere una reazione empatica significa sforzarsi di metterci nei panni dell’altro, così che i nostri sentimenti ci facciano intuire non soltanto le sue emozioni, ma anche le sue motivazioni. Significa comprendere l’altro dall’interno, non dall’esterno […]'(Bettelheim)

Possiamo capire le emozioni di un’altra persona se le abbiamo già provate dentro di noi, ed abbiamo imparato a mettere tra noi ed esse (le emozioni) la giusta distanza, quella necessaria per guardarle da fuori e riconoscerle.

Il bambino, a 4-5 anni, è ancora piccolo per guardarsi dentro, non riesce ancora a capire bene cosa si muove dentro di lui, figuriamoci dentro qualcun altro.Attenzione, non dico che non si può parlare di emozioni ad un bambino, anzi. Semplicemente in questa fase si può aiutarlo nel riconoscimento di ciò che accade dentro di lui, in ‘pancia’, mettendo da parte le pance degli altri, che aggiungerebbero solo confusione. Gli adulti hanno un ruolo importante e delicato, perché occorre mettersi da parte e non dare indicazioni che si sovrappongono al loro sentire, altrimenti le loro emozioni restano delle incognite sotterranee che ogni tanto esplodono lasciando perplessi e impotenti.

La mamma che ho incontrato aveva certamente le migliori intenzioni, ma le sue parole insegnavano altro: a fare qualcosa per dare un piacere o togliere un dolore a qualcun altro. In altre parole il bambino impara a compiacere senza comprendere cosa sente e cosa vuole. Questo non è un dettaglio irrilevante. E’ qualcosa che forgerà e incasellerà molte cose che arriveranno anche dopo, negli anni.

Più o meno consapevolmente ogni genitore vorrebbe che il figlio fosse uguale a lui, pensasse le sue stesse cose e le sentisse allo stesso modo. E quale modo più semplice se non quello di dargli una mappa già predisposta?

La vera vittoria sta nell’aiutarlo a trovare la sua strada, il suo percorso, affinché lui si costruisca la sua mappa. Mi viene un po’ da sorridere pensando a certi navigatori satellitari che non tengono conto del territorio ma solo della mappa. Spesso viene indicato come unico percorso una strada che si rivela essere una scalinata (ma siamo in auto), oppure favorita una soluzione senza tener conto di caratteristiche particolari (salite o discese) che possono rallentare notevolmente la tabella di marcia. Ecco, quando noi adulti diciamo ai bambini cosa devono sentire, ci trasformiamo in navigatori che dicono di andar per campi.

Il problema è che poi, se non si impara a gestire tutto il marasma che abbiamo dentro, non è che di punto in bianco, un bel giorno, ci si sveglia sapendolo fare. Una mattina ci si sveglia e non ci capisce se ciò che ci ha mosso la sera prima nel discutere col partner sia stata rabbia, vergogna, umiliazione o bisogno di esercitare potere sull’altro in un momento di debolezza. Ci si sveglia e c’è solo la sensazione che qualcosa sia andato storto, non si sa cosa. Invece di usare una mappa già pronta, sarebbe stato meglio perdere tempo ed energie nell’imparare ad orientarsi nello spazio, nel tempo, e perché no?, dentro di sé.

BIBLIOGRAFIA B. Bettelheim “Un genitore quasi perfetto”, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1987.

Da 2 a 3…e poi?

Da 2 a 3…e poi?

Al di là del romanticismo, due persone si mettono insieme per stare bene e imparare qualcosa l’uno dall’altro, ma una volta consolidato il legame, in modo più o meno consapevole ognuno comincia a preoccuparsi della lealtà nei confronti della propria famiglia d’origine.
Quella lealtà è un modo per riconoscere se stesso all’interno del contesto in cui si è cresciuti e può dar luogo ad un conflitto: da un lato ognuno cerca di apportare cambiamenti terapeutici alla propria famiglia d’origine, ma allo stesso tempo cerca di mantenervisi leale, fedele, e da qui possono derivare difficoltà all’interno della coppia.
A volte già è difficile stare in due e se arriva un figlio… la situazione si complica ulteriormente.
Nella coppia ci sarà da un lato lei, coi suoi sensi di colpa per esser completamente concentrata in una relazione esclusiva col bambino (spesso già dalla gravidanza) e la rabbia per la stanchezza ed il peso delle incombenze che sente su di sé, e dall’altro lui, con la sua sensazione di essere messo da parte e di essere l’unico a sostenere la situazione economica.
Se a tutto questo si aggiungono le famiglie d’origine attirate dall’emozione e dalla gestione del piccolo, il cerchio del caos arriva alla perfetta chiusura.
Cosa fare? E’ possibile trovare soluzioni che lascino tutti ragionevolmente soddisfatti?
Ogni situazione è unica, ma esistono delle buone prassi che possono allentare il conflitto e portare ad un nuovo assetto di coppia, più funzionale.
Eccone alcune.
– Abbandonare l’idea di poter essere partner e genitori perfetti. Si è quel che si è, e si cerca di fare del proprio meglio. Non c’è da fustigarsi se le cose non girano in modo perfetto. La soluzione migliore è togliere spazio alle recriminazioni e cercare di esternare il proprio vissuto per essere compresi e comprendere autenticamente l’altro.
Non fare confronti con gli altri, la loro vita e la loro gestione della vita a tre. Ognuno (ed ogni coppia, ogni famiglia) è unico. Si può cercare di comprendere quali sono i punti virtuosi delle altre coppie, ma ricordare sempre che ognuno porta con sé il suo carattere, il suo modo di vedere la vita, la sua educazione e le sue esperienze. Ciò che può funzionare perfettamente per qualcuno, può essere una soluzione ‘stretta’ per altri. Meglio trovare la propria strada, procedendo per prove ed errori, che ricalcare i passi di qualcun altro senza sapere bene dove condurranno.
Il senso di colpa è inutile se fine a se stesso. C’è un problema? Ok, cosa si può fare adesso? Cosa ha portato a quel problema? Cosa si può fare per risolverlo? Come  evitare che si ripresenti? Meglio trovare soluzioni condivise, che soddisfino la coppia ed il bambino. Chi non si sente rappresentato in una scelta, può boicottare più o meno consapevolmente il buon esito della stessa, quindi meglio impiegare più tempo, valutare bene tutti i punti di vista e dare/avere la giusta rilevanza all’interno del processo decisionale. Si può partire lesti in una direzione e fermarsi, rifermarsi, cambiare strada, tornare indietro, procedere in tondo e ritrovarsi al punto di partenza stanchi, scoraggiati e rancorosi l’un con l’altro.
Ri-conoscersi come coppia. Se il processo di lealtà nei confronti della propria famiglia di origine entra in conflitto con la nuova realtà di coppia e ancor più con la gestione del bambino, c’è la sensazione di stare con qualcuno di diverso dalla persona con cui si era deciso di stare insieme. Non si è più quelli di prima, ma non è detto che si sia peggiorati, anzi. Cercare di ri-presentarsi, ri-parlare di se stessi per dire all’altro come si è, e ri-cercare di sentire il cuore dell’altro e fare squadra. Parlare liberamente di cosa si prova e come ci ci sente, senza opprimersi e cercando di capire cosa prova e come si sente l’altro/a. Si fa parte di una squadra, ed occorre essere presenti ed uniti: per funzionare bene bisogna capire quali sono le risorse di ognuno e dove si è (come un giocatore che in campo fa mente locale, mentre il gioco va, su chi è dove e come può passargli la palla o tirarlo fuori d’impaccio e recuperare la palla).
Tener fuori le famiglie d’origine dalle decisioni riguardanti la coppia e quelle sulla gestione del bimbo. Se chiunque può arrivare e dire la propria (o peggio ancora, agire di sua iniziativa) si creano confusione, ansia, sensazione di essere scavalcati e rancore. Benvengano gli aiuti ed i consigli richiesti e costruttivi, ma attenzione a non lasciare troppo spazio (il vostro).

Parliamo e non ci capiamo

Parliamo e non ci capiamo

Mi ha chiamato un’amica, dopo un battibecco con il marito.
Le è parso che lui abbia fatto delle valutazioni negative su di lei, su dei punti in cui si sente vulnerabile e come risultato lei si è sentita offesa.
Spesso nelle relazioni di coppia si parla e non ci si capisce. Ognuno pensa, parla, ma le cose possono essere recepite in un altro modo dal ricevente e  andare ad alterare un equilibrio preesistente. Perché?
In una relazione, ciascuno dei due partner ha valori, stili ed aspettative personali sia riconosciute, sia inconsapevoli, che vanno conciliati con l’altro per rendere possibile la vita in comune. Deve esserci una negoziazione in cui ognuno perde un po’ di autonomia per andare incontro all’altro, ed acquisire il valore della relazione, dello stare insieme. Il risultato è un particolare modo di stare insieme, proprio di ogni coppia, con modi di agire e vedere il mondo che, oltre a fissare regole condivise su come ci si deve comportare all’interno della coppia, determineranno anche il modo di sentire se stesso e l’altro.
Ogni volta che si crea una discrepanza, la coppia dovrà evolvere e andare incontro ad un nuovo equilibrio, per soddisfare le richieste della nuova situazione.
Detta così sembra una sequenza semplice, lineare e indolore, ma non lo è.
Dopo l’iniziale innamoramento, scatta la fase in cui vengono al pettine vari nodi, personali, dalla propria famiglia di origine e che si creano all’interno della coppia. All’inizio non si comprende cosa sta accadendo, si resta solo feriti e con un vago senso di tradimento per le aspettative deluse.
Torniamo alla mia amica. Cosa le ho detto?
Da un lato occorre capire perché ciò che lui le ha detto le ha fatto così male, e dall’altro se lui voleva fermarsi a quella valutazione, o arrivare ad altri argomenti e litigare su altro. Può essere difficile trovare un modo per discutere di qualcosa che fa male, e spesso si preferisce scaricare la tensione su qualcosa che apparentemente è più lieve, ma allo stesso tempo comunica che c’è un disagio.
Se c’è qualcosa di più profondo, meglio toccare quello. E’ più difficile e va fatto con calma e senza farsi fuorviare dalle emozioni anche se la situazione è spinosa e fa tanto male. Arrabbiarsi e litigare su altro è solo una perdita di tempo e di energie, una distrazione che ci fa girare intorno al vero nucleo del problema, diluendo e prolungando il dolore.
Può capitare che il cambiamento dell’altro, reale o percepito, può essere vissuto come causa o effetto del proprio modo di fare e generare una ferita. In questo frangente la soluzione più costruttiva può essere fermarsi un attimo a riflettere per comprendere cosa accade.
Spesso l’inciampo dell’altro nella sua storia personale viene visto come esclusivamente dedicato a sé, come atto che in un certo modo insulta la propria persona o la relazione sentimentale, ma non è detto che sia così. Alcune volte (più spesso di quanto non si creda) queste situazioni non originano dalla relazione con il partner, ma all’interno della relazione è possibile trovare il sostegno per rialzarsi da quell’inciampo.
La coppia, come qualsiasi altra relazione, non è ferma e impermeabile, è in continua trasformazione, perché continuiamo a crescere e cambiare con il mondo che ci circonda (per fortuna o purtroppo, dipende dalle situazioni). L’instabilità guida i due partners verso un nuovo funzionamento in cui aumenta (si spera) la capacità di gestire le situazioni e la complessità – non complicazione! – della relazione.
A volte, comunque, non si riesce a uscire dal circolo vizioso dei non detti e delle emozioni difficili da tenere a bada, è allora che uno psicoterapeuta può venire in aiuto.
Come già detto, ogni coppia ha una serie di schemi che convalidano e sostengono la sua struttura. Qualsiasi cambiamento nella struttura andrà a cambiare la visione del mondo e viceversa qualsiasi cambiamento nella visione del mondo andrà a trasformare la struttura della coppia.
Quando c’è un conflitto, un disagio, un problema, può darsi che c’è solo una (angusta) percezione della realtà, quasi non ve ne fossero altre.
Di solito da un terapeuta ci si aspetta di portare il nostro disagio per vederci restituito il normale funzionamento precedente. Il terapeuta invece creerà nuovi mondi e offrirà una nuova realtà. Userà dati reali, ma contribuirà alla creazione di un nuovo assetto, più funzionale e aperto a nuovi cambiamenti e ulteriori, fisiologiche ristrutturazioni.
Periodi di equilibrio e adattamento si alternano ad altri di squilibrio, è normale, funziona così, non possiamo fermare la nostra vita a momenti bellissimi e perfetti come fotografie… ma possiamo fare tante fotografie mentre continuiamo a cambiare posizioni e panorami.

BIBLIOGRAFIA
S. Minuchin, H. C. Fishman, Guida alle tecniche della terapia della famiglia, Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, 1982.

Cambiare casa, punti di vista e panorami…

Cambiare casa, punti di vista e panorami…

Capita a tutti. Prima o poi arriva una situazione che ci mette di fronte a qualcosa di inatteso e stressante e la voglia di sedersi e di non fare nulla ci assale prepotente.

Quest’anno io, mio marito, mio figlio e le nostre due gatte… abbiamo cambiato casa. Dramma.

Avremmo voluto restare, ma proprio non era possibile, e gli step attraverso cui passare non sono stati facili: la ricerca della casa (in quale quartiere? con quali caratteristiche? cosa possiamo permetterci?), del mutuo (con quale banca? quale tasso?) , il trasloco (preventivi e cosa ci portiamo? cosa ci lasciamo indietro? cosa vorremmo portare a casa nuova, ma non avremo lo spazio?)… All’inizio c’erano solo la rabbia e l’impotenza di non poter restare a casa vecchia, e la tendenza a rilevare solo ciò che non andava in quelle che andavamo a vedere. Insomma. Mi ero seduta e guardavo il mondo che mi faceva il dispetto, l’oltraggio, di tutta quella situazione faticosa e ingarbugliata.
Perché in quella casa c’è stato tanto investimento emotivo?
Quella antecedente era decisamente piccola, poco luminosa e in un quartiere che non ho amato. Ed in quella che adesso dovevo lasciare ho cominciato a rivivere il piacere dell’ospitalità, dell’essere centrale ma non troppo, dell’uscire a fare due passi, e sono arrivate nell’ordine le gatte e mio figlio. Ho accumulato tanti ricordi piacevoli. E cambiare casa mi sembrava un cambiamento anche rispetto a quelle situazioni. Come se in un’altra casa non avessero potuto riaccadere cose belle.
Ma sono stata fortunata. La casa vecchia ha iniziato a congedarci con tutta una serie di piccole magagne che appesantivano ulteriormente la gestione del quotidiano. È stata una fortuna, perché ho iniziato a vedere il cambiamento in chiave positiva, come un miglioramento della nostra condizione, piuttosto che come un ostacolo alla nostra serenità.

Ho effettuato quello che in terapia sarebbe stata definita una ‘ristrutturazione’. In quel contesto sarebbe stato il terapeuta a farmi prendere in considerazione una prospettiva diversa e più costruttiva, in questo caso è stata solo una concatenazione (s)fortunata di eventi. Detta così sembra una cosa semplice: hai un problema, e un terapeuta apparentemente pieno di umorismo ti propone di vedere le cose in modo rovesciato: “è un’occasione!”… quante volte, nel dirlo, ho letto sui miei pazienti un’espressione perplessa.

Eppure vedere le cose in una nuova prospettiva offre tanto di più. Offre l’energia e la voglia di mettersi in gioco, invece di subire passivamente gli eventi. Permette di pensare in un modo diverso e, perché no, trovare nuovi stati d’animo e soluzioni prima neanche sospettate.

Mettiamoci una lente d’ingrandimento, su questo, perché è importante: cosa  accade quando si costruisce, destruttura e ricostruisce un pensiero, una prospettiva? Come altre volte mi affido all’etimologia.

Costruire significa mettere insieme, assemblare diversi elementi in modo da dar loro un certo senso. Positivo o Negativo. E qui occorre far attenzione, perché anche voler restare per forza attaccati a qualcosa di vissuto come positivo, può creare problemi. Siamo in continuo divenire, e non ci si può fermare quando la vita ci dice che dobbiamo muoverci. Quel nostro fermarci è deleterio. È restare attaccati al passato e perdersi le opportunità che ci riservano il presente ed il futuro.

Vediamo il passo successivo. Destrutturare non vuol dire distruggere, ma smontare, scomporre la configurazione esistita fino a quel momento ed isolarne i vari elementi. Solo così possiamo valutare quali di quegli elementi è giusto, opportuno, tenere ancora nella propria vita, e quali mettere da parte, perché non ci servono più e ci impediscono di crescere ulteriormente.

Infine, ristrutturare, in quest’ottica, vuol dire creare un nuovo ordine con gli elementi (vecchi e nuovi) che abbiamo in mano, dar loro un nuovo significato che ci permette di rimetterci in gioco (quando il circolo è gestito in modo virtuoso).

“La ristrutturazione non cambia i fatti concreti ma il significato che il soggetto attribuisce alla situazione – o per dirla con i termini che Epitteto usò fin dal primo secolo d. C. : ‘Non sono le cose in se stesse a preoccuparci, ma le opinioni che ci facciamo di esse’.”*

 Nel mio caso, abbiamo trovato una casa simile alla vecchia nella configurazione delle stanze, siamo rimasti nello stesso quartiere, ci siamo avvicinati alla scuola di mio figlio ed al parco, abbiamo guadagnato una splendida vista sugli alberi, il cielo stellato di notte e le cicale nel sottofondo dei pranzi estivi. E scusate se è poco.

*P. Watzlawick, J. H. Weakland, R. Fish, Change, Editrice Astrolabio, 1974

Figli: dov’e’ il libretto delle istruzioni?

Figli: dov’e’ il libretto delle istruzioni?

Sono una psicoterapeuta, ma anche una mamma e spesso mi capita, tra il giardino di scuola e varie chattate con altri genitori che mi chiedono consigli, dritte e bibliografia ad hoc. Di solito non mi tiro indietro, ma nelle ultime settimane mi sono chiesta se dare consigli direttivi non sia un’arma a doppio taglio. Intendiamoci, apparentemente ci si può sentire
sollevati nell’avere una soluzione già pronta, ma poi?
Vediamo i due scenari:
– Il consiglio risolve misticamente il problema (molto difficile, a meno che non svisceriamo e ribaltiamo la situazione da ogni punto di vista, anche il più improbabile), ma questa soluzione ‘facile’ che effetto fa a chi lo riceve? Indirettamente gli dico che da solo non ce la fa (‘te lo dico io come si fa’).
– Il consiglio non risolve nulla. La situazione è stata presentata bene, sotto tutte le sfaccettature? Il consiglio è stato applicato bene? Come è stato vissuto? Non è che ansie e paure sono state proiettate su una situazione normalissima?
Certi dubbi attanagliano tutti: chi più, chi meno, abbiamo tutti momenti di confusione e la sensazione di sbagliare qualcosa, ma non si sa cosa. Si cercano disperatamente strategie e istruzioni per far funzionare bene il meccanismo inceppato. E più si cerca, più crescono l’insicurezza, la sensazione di incompetenza, l’agitazione e la paura di creare danni irreparabili. Si entra in un loop perdendo la lucidità e la capacità di guardare la situazione e capire cosa fare, dire o pensare. Ultima, ma non per importanza, la sensazione deprimente di essere gli unici a non sapere come si fa, che in fondo sia facile trovare soluzioni, che le persone normali ce la fanno da sole e soprattutto che il mondo là fuori è pieno di genitori adeguati con figli adeguati (‘forse la cicogna mi ha rifilato il bambino sbagliato, o forse sono io il genitore sbagliato’). Ma non è così.
Adesso l’età in cui si hanno bambini si è spostata e quando arrivano i figli si hanno più certezze, più schemi mentali. Si ha un’idea chiara di sé ed è forte la paura di sbagliare ed esser criticati.
Anche quando si chiede un consiglio, lo si fa in modo ambivalente: ho un problema, sto sbagliando qualcosa, datemi nuove prospettive…ma non sono pronto del tutto ad accettare ciò che gli altri hanno da dire. Molto probabilmente farò qualcosa, se lo farò, nel modo sbagliato. In realtà chiedendo un parere spesso si cerca una conferma a ciò che abbiamo già in mente, per continuare a pensare che non è colpa nostra.
D’altro canto, fare qualcosa che non sentiamo rende false le nostre azioni agli occhi dei bambini che, grandi osservatori, sanno come siamo normalmente. Se agiremo in modo diverso dal solito, senza esserne troppo convinti, i bambini saranno perplessi e si metteranno sulla difensiva, chiudendo ogni possibilità.
Allora che si fa?
Il metodo più giusto per risolvere un problema, se c’è, è valutare tutto attentamente. E poi pensare e sentire cosa accade dentro di sé. Le emozioni ci rendono umani, non sono inciampi indesiderati. Ci si può mettere nei panni del bambino e vedere, sentire, come ci si sentirebbe al posto suo, quali emozioni verrebbero fuori.
Una volta in casa abbiamo perso un telecomando. Abbiamo ribaltato casa per giorni finché non mi sono chinata (mio figlio aveva poco più di un anno) e ho guardato il mondo dalla sua prospettiva…in meno di 5 minuti, voilà! Eccolo lì, appoggiato sui libri del primo ripiano in basso della libreria! Continuando a guardare il mondo dalla prospettiva di un adulto, era assolutamente invisibile. E accade lo stesso in questo caso. Guardando il mondo coi loro occhi, all’improvviso possono emergere nessi sconosciuti.
Ma questo lo si può fare se si è ben allenati a guardare le emozioni dentro di noi, perché solo questo ci rende più sensibili e ricettivi anche verso quelle di un altro. Se occorre, è in questo che si può essere aiutati, nel guardarsi dentro per vedere cosa vien fuori.
Ogni coppia genitore-figlio è unica. Solo abbandonando le idee precostituite su come ognuno dovrebbe essere e comportarsi, e ascoltando sé e l’altro si può trovare una soluzione che calzi a pennello. Ci sono molti modi per gestire una situazione, ma solo pochi andranno bene per quel genitore e per quel figlio in quel preciso momento. E ne vale
la pena di cimentarsi, perché la fatica che si fa per capire e capirsi consente di continuare a crescere come esseri umani, a qualunque età e qualunque sia il nostro ruolo.

Bibliografia:
Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1987.