Le feste sono gli anniversari del cuore.    H.W.Longfellow

Le feste sono gli anniversari del cuore. H.W.Longfellow

Le feste in famiglia, se non emergono grandi problemi, creano risorse profonde dentro i bambini. In queste ricorrenze si può sperimentare un grande calore che in seguito verrà associato in futuro allo stesso periodo o a situazioni simili. L’essere umano prova angoscia al pensiero di essere abbandonato, soprattutto da piccolo. Vedere riuniti familiari ed amici dà una bella sensazione al bambino: se dovesse accadere qualcosa ai genitori, c’è lì qualcuno che potrebbe accoglierlo e prendersi cura di lui. E questa sensazione, soprattutto se l’esperienza si ripeterà, andrà a formare un nucleo di fiducia all’interno del bambino che lo aiuterà una volta divenuto adulto.

Stefi Pedersen, una psicoanalista, nella Seconda Guerra Mondiale condusse dei bambini ebrei in una traversata delle alpi che separano la Norvegia dalla Svezia, in inverno, per salvarli dalla deportazione. Una situazione non facile. I bambini erano arrivati in Norvegia da altre zone dell’Europa, erano profughi, quindi sapevano già come comportarsi e cosa fare: portare soltanto l’essenziale, uno zaino col cibo necessario per arrivare fino a destinazione e per vestiti solo quelli che indossavano.
Arrivati in Svezia, la Pedersen notò una cosa singolare: in fondo agli zaini, ormai vuoti, ognuno aveva qualcos’altro. Non erano oggetti preziosi, erano semplici decorazioni dell’albero di Natale, alcune fatte di cartone e stagnola (erano ebrei non praticanti, Natale per loro era una festa della famiglia, senza implicazioni religiose).
Possibile che bambini già abituati a lasciare tante cose dietro di sé, per dare la precedenza all’essenziale, avessero scelto di portarsi dietro oggetti simili? Sì. Quegli oggetti parlavano loro di momenti in cui si erano sentiti felici e al sicuro, erano la rappresentazione dei momenti buoni della vita, e davano loro la speranza che altrove, pur non sapendo ancora dove, avrebbero avuto altri alberi di Natale ad attenderli, altri momenti buoni. Erano ricordi che li avrebbero aiutati ad attraversare le avversità della vita con fiducia.

Ovviamente, è altrettanto vero il contrario: se in queste occasioni sono state sperimentate perdita, solitudine o frustrazione, sarà più probabile che da adulti si assoceranno queste ricorrenze a malinconia ed angoscia, una sorta di “depressione da evento” che riporterà a galla antiche ferite. E tornerà la paura di essere presenze non gradite.

Adesso veniamo a noi. Siamo adulti. Comunque siano stati i nostri Natali passati, siamo sopravvissuti abbastanza bene, almeno fisicamente, e siamo lontani da guerre. Cosa dovrebbe preoccuparci in questo periodo? Nulla, a parte le vacanze in cui affrontare clan familiari con cui non a caso di solito non interagiamo.
Cosa si può fare? Si parte per un paese lontano o si simula un malore? La fuga è sempre una soluzione, ma a lungo andare può essere stancante. Qualora si scelga di non fuggire, ecco alcuni spunti di riflessione o dritte per arrivare meno ammaccati possibile fino all’Epifania:

  • Ascoltarsi bene per capire cosa si vuole, e, qualunque strategia si scelga di portare avanti, capire perchè e per chi lo si fa. Con una maggiore consapevolezza, le situazioni si affrontano in modo diverso: si sceglie in modo attivo e non si subisce ciò che ci accade.
  • Ricordare che anche se i nostri parenti più o meno acquisiti non hanno modi che si sposano alla perfezione con il nostro sentire… quello è il loro modo di fare consueto, e non qualcosa di dedicato a noi. Noi inciampiamo in ciò che per loro è un normale modo porsi all’altro.
  • Giocare d’anticipo con ironia: all’inizio del pranzo/cena si può prendere la parola per dire “Quest’anno sono ancora single, no, non cè nessun bambino in arrivo, la mia carriera è ancora ben lontana dall’esser definita brillante, vivo ancora nella casa dell’anno scorso, e come tutti possono notare non ho fatto alcuna dieta dimagrante. Quindi attenzione perché potreste dirmi le stesse cose dell’anno scorso (e come l’anno scorso non ascolterei i vostri mille consigli)”. Per agevolare gli scambi, potete suggerire eventi o situazioni nuove su cui potreste dilungarvi piacevolmente con racconti epici.
  • Se proprio critiche ed interrogatori si fanno pressanti e non avete giocato d’anticipo, potete sempre:
    elargire sguardi eloquenti;
    – spiegare tranquillamente ciò che si prova e che può essere frustrante subire un interrogatorio su alcuni aspetti della propria vita;
    convogliare l’attenzione su qualcos’altro di interessante che vi è accaduto;
    – coinvolgere nella conversazione qualcuno che possa spalleggiarvi (questo essere umano c’è sempre da qualche parte)
  • Per arrivare in fondo alle giornate (nel caso si sia lontani da casa propria e non ci sia la possibilità di afferrare la valigia dopo il pasto pantagruelico) ci si può (deve) distrarre con boccate d’ossigeno più o meno metaforico:
    – fare telefonate agli amici per commentare e sdrammatizzare il mal comune dei clan familiari;
    – ritagliarsi del tempo per sé per andare in giro e chiacchierare con gente amica

Voi cosa farete? Come andranno le vacanze?
Io, intanto, sul mio albero di Natale ho già puntato una renna dipinta dalla inconfondibile mano espressionista di mio figlio. La metterò in valigia come buon auspicio sugli incontri, sull’autenticità nei rapporti umani e sulla buona digestione di tutto ciò che mangerò.

Bibliografia:
Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1987.

Là dove osano i camosci

Là dove osano i camosci

Nelle coppie, chi più, chi meno, si tende tutti verso un ipotetico bilanciamento ideale di diritti e doveri (o almeno sarebbe carino tutti ci provassero). E ogni volta non si sa mai da che parte penderà l’ago della bilancia.

Quest’estate siamo stati in vacanza dalle mie parti in Abruzzo, sulla costa. Tanto per capirci, è il tipo di vacanza che mio marito detesta, ma si fa piacere perchè nostro figlio adora il mare.

Ad un certo punto mio marito ha fatto l’immancabile proposta di passeggiata in montagna: voleva vedere una cascata e per par condicio non si poteva dire di no.

Per arrivare alla suddetta fonte idrica, c’era un percorso definito “per famiglie”, quindi fattibile… col senno di poi, ho tanto la sensazione fosse per famiglie di camosci.

Dopo i primi 15 minuti la pendenza ha iniziato a farsi sentire ed il sentiero ha iniziato a riempirsi di roccia, tanto che in certi punti non si camminava più normalmente, ma si saliva appoggiando anche le mani a terra o tenendosi ai tronchi degli alberi.

Un altro po’ e mio marito ha iniziato a fermarsi e dire “Vabbè, se non ce la fate, lasciamo perdere”. Io ho guardato il bambino, che ce la faceva, valutato il mio stato di stanchezza e, nonostante dentro di me avessi un bradipo che si sbracciava come un naufrago su un’isola deserta al passaggio di una nave, ho insistito per continuare ad andare avanti.

Volevo sfidare la mia proverbiale pigrizia? Avevo un attimo di masochismo? Volevo far contento mio marito? Evitare le sue solite recriminazioni? Non lo so, un po’ tutto questo mescolato insieme. Continuavamo a camminare in silenzio, per risparmiare fiato ed energie, e, mentre mi chiedevo dove finisse la voglia di superare un mio limite e iniziasse l’andare al massacro, il mio umore andava via via scurendosi.

Ogni tanto mio marito continuava a dire “Vabbè, dai, torniamo indietro”, ma noi, io e mio figlio, andavamo avanti…finchè, dopo un’ora e mezza di sentieri, non ci siamo bloccati: abbiamo sentito un tuono, in un attimo io e mio marito ci siamo scambiati uno sguardo eloquente ed abbiamo fatto dietro front.

Tornando indietro il mio umore e le mie energie sono tornate a posto. Ci abbiamo provato, non è andata, ma non è stata colpa mia. Mio marito mi ha chiesto perchè non volessi tornare indietro ed io, che sono psicoterapeuta ma anche un essere umano come tanti altri, gli ho detto chiaramente che volevo farlo contento ed evitare che poi mi rinfacciasse di non avergli concesso la passeggiata in montagna.

E qui mi fermo un attimo e colgo la palla al balzo per parlare di due aspetti della comunicazione.

Il primo è la punteggiatura. Nelle interazioni a due ciò che fa uno può essere (è) contemporaneamente reazione a qualcosa e stimolo per una ulteriore reazione dell’altro, che a sua volta, in un ciclo ipoteticamente infinito, diventa un nuovo stimolo per una nuova reazione del primo. In base al modo in cui dividiamo e mettiamo l’accento su una piccola sequenza di questo processo, decidiamo in un certo senso “di chi è la colpa” se le cose vanno male (di solito dell’altro…noi siamo “innocenti” e stiamo solo rispondendo a, o difendendoci da, ciò che ci manda l’altro). In ogni momento, comunque, ognuno può decidere cosa fare: se continuare la sequenza o no.

Io avrei potuto insistere sul fatto, accaduto già altre volte, che poi lui avrebbe recriminato. Ma ho scelto di non farlo. Tutto sommato non è detto che ciò che è già accaduto debba per forza ripetersi.

Il secondo aspetto è la metacomunicazione, ossia il comunicare su ciò che accade in un processo di comunicazione, a livello più profondo. La comunicazione è costituita sempre da due parti, una che riguarda il contenuto, le informazioni che passano da una persona all’altra, ed una che riguarda la relazione che c’è tra le persone e come vanno interpretate le informazioni che sono state passate. L’aspetto di relazione definisce che tipo di legame c’è tra le persone e indirettamente serve a definire se stessi.

Cosa è successo in questo caso, tra i sentieri di montagna? Abbiamo iniziato a parlare di ciò che credevo io e ciò che si aspettava lui, della mia sensazione che quella vacanza non fosse molto distensiva per lui, sia per il mare, sia per il full immersion con la mia famiglia d’origine. Io mi sentivo in difetto con lui e cercavo di renderlo contento in un modo che poco aveva a che fare con la mia idea di vacanza… e questo mi rovinava l’umore. Tutto questo è accaduto dentro di me, senza che ne fossi cosciente, e avrebbe potuto sfociare in una discussione potenzialmente infinita.

Lui come ha risposto alla mia sincerità? Tranquillo e sereno, un po’ stupito, mi ha detto che in realtà andare al mare non era poi tanto male e che gli bastava essere stati un pomeriggio tra i boschi per dirsi che si era fatto un po’ di vacanza in montagna. Non mi avrebbe detto nulla se avessimo rinunciato prima al percorso, ed effettivamente sono passati mesi e non mi ha rinfacciato alcunchè.

Tornando a casa ho pensato a quante volte nella vita facciamo degli errori di valutazione, diamo per scontati i desideri, le intenzioni degli altri, portiamo avanti qualcosa trascinandoci e manifestando rancore e poi… poi gli altri avevano altri desideri ed altre intenzioni e tutta la nostra fatica poteva essere evitata.

Per ora solo una cosa è certa: non siamo arrivati fino alla cascata e l’anno prossimo ci sarà il rischio di riavere in ballo l’obiettivo non conseguito. Vabbè, l’anno prossimo vedremo cosa succederà e in quali itinerari dovrò traghettare il mio bradipo interiore.

Bibiografia

P. Watzlawick, J. Helmick Beavin, D. D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Casa Editrice Astrolabio, 1971.

Da 2 a 3…e poi?

Da 2 a 3…e poi?

Al di là del romanticismo, due persone si mettono insieme per stare bene e imparare qualcosa l’uno dall’altro, ma una volta consolidato il legame, in modo più o meno consapevole ognuno comincia a preoccuparsi della lealtà nei confronti della propria famiglia d’origine.
Quella lealtà è un modo per riconoscere se stesso all’interno del contesto in cui si è cresciuti e può dar luogo ad un conflitto: da un lato ognuno cerca di apportare cambiamenti terapeutici alla propria famiglia d’origine, ma allo stesso tempo cerca di mantenervisi leale, fedele, e da qui possono derivare difficoltà all’interno della coppia.
A volte già è difficile stare in due e se arriva un figlio… la situazione si complica ulteriormente.
Nella coppia ci sarà da un lato lei, coi suoi sensi di colpa per esser completamente concentrata in una relazione esclusiva col bambino (spesso già dalla gravidanza) e la rabbia per la stanchezza ed il peso delle incombenze che sente su di sé, e dall’altro lui, con la sua sensazione di essere messo da parte e di essere l’unico a sostenere la situazione economica.
Se a tutto questo si aggiungono le famiglie d’origine attirate dall’emozione e dalla gestione del piccolo, il cerchio del caos arriva alla perfetta chiusura.
Cosa fare? E’ possibile trovare soluzioni che lascino tutti ragionevolmente soddisfatti?
Ogni situazione è unica, ma esistono delle buone prassi che possono allentare il conflitto e portare ad un nuovo assetto di coppia, più funzionale.
Eccone alcune.
– Abbandonare l’idea di poter essere partner e genitori perfetti. Si è quel che si è, e si cerca di fare del proprio meglio. Non c’è da fustigarsi se le cose non girano in modo perfetto. La soluzione migliore è togliere spazio alle recriminazioni e cercare di esternare il proprio vissuto per essere compresi e comprendere autenticamente l’altro.
Non fare confronti con gli altri, la loro vita e la loro gestione della vita a tre. Ognuno (ed ogni coppia, ogni famiglia) è unico. Si può cercare di comprendere quali sono i punti virtuosi delle altre coppie, ma ricordare sempre che ognuno porta con sé il suo carattere, il suo modo di vedere la vita, la sua educazione e le sue esperienze. Ciò che può funzionare perfettamente per qualcuno, può essere una soluzione ‘stretta’ per altri. Meglio trovare la propria strada, procedendo per prove ed errori, che ricalcare i passi di qualcun altro senza sapere bene dove condurranno.
Il senso di colpa è inutile se fine a se stesso. C’è un problema? Ok, cosa si può fare adesso? Cosa ha portato a quel problema? Cosa si può fare per risolverlo? Come  evitare che si ripresenti? Meglio trovare soluzioni condivise, che soddisfino la coppia ed il bambino. Chi non si sente rappresentato in una scelta, può boicottare più o meno consapevolmente il buon esito della stessa, quindi meglio impiegare più tempo, valutare bene tutti i punti di vista e dare/avere la giusta rilevanza all’interno del processo decisionale. Si può partire lesti in una direzione e fermarsi, rifermarsi, cambiare strada, tornare indietro, procedere in tondo e ritrovarsi al punto di partenza stanchi, scoraggiati e rancorosi l’un con l’altro.
Ri-conoscersi come coppia. Se il processo di lealtà nei confronti della propria famiglia di origine entra in conflitto con la nuova realtà di coppia e ancor più con la gestione del bambino, c’è la sensazione di stare con qualcuno di diverso dalla persona con cui si era deciso di stare insieme. Non si è più quelli di prima, ma non è detto che si sia peggiorati, anzi. Cercare di ri-presentarsi, ri-parlare di se stessi per dire all’altro come si è, e ri-cercare di sentire il cuore dell’altro e fare squadra. Parlare liberamente di cosa si prova e come ci ci sente, senza opprimersi e cercando di capire cosa prova e come si sente l’altro/a. Si fa parte di una squadra, ed occorre essere presenti ed uniti: per funzionare bene bisogna capire quali sono le risorse di ognuno e dove si è (come un giocatore che in campo fa mente locale, mentre il gioco va, su chi è dove e come può passargli la palla o tirarlo fuori d’impaccio e recuperare la palla).
Tener fuori le famiglie d’origine dalle decisioni riguardanti la coppia e quelle sulla gestione del bimbo. Se chiunque può arrivare e dire la propria (o peggio ancora, agire di sua iniziativa) si creano confusione, ansia, sensazione di essere scavalcati e rancore. Benvengano gli aiuti ed i consigli richiesti e costruttivi, ma attenzione a non lasciare troppo spazio (il vostro).

Parliamo e non ci capiamo

Parliamo e non ci capiamo

Mi ha chiamato un’amica, dopo un battibecco con il marito.
Le è parso che lui abbia fatto delle valutazioni negative su di lei, su dei punti in cui si sente vulnerabile e come risultato lei si è sentita offesa.
Spesso nelle relazioni di coppia si parla e non ci si capisce. Ognuno pensa, parla, ma le cose possono essere recepite in un altro modo dal ricevente e  andare ad alterare un equilibrio preesistente. Perché?
In una relazione, ciascuno dei due partner ha valori, stili ed aspettative personali sia riconosciute, sia inconsapevoli, che vanno conciliati con l’altro per rendere possibile la vita in comune. Deve esserci una negoziazione in cui ognuno perde un po’ di autonomia per andare incontro all’altro, ed acquisire il valore della relazione, dello stare insieme. Il risultato è un particolare modo di stare insieme, proprio di ogni coppia, con modi di agire e vedere il mondo che, oltre a fissare regole condivise su come ci si deve comportare all’interno della coppia, determineranno anche il modo di sentire se stesso e l’altro.
Ogni volta che si crea una discrepanza, la coppia dovrà evolvere e andare incontro ad un nuovo equilibrio, per soddisfare le richieste della nuova situazione.
Detta così sembra una sequenza semplice, lineare e indolore, ma non lo è.
Dopo l’iniziale innamoramento, scatta la fase in cui vengono al pettine vari nodi, personali, dalla propria famiglia di origine e che si creano all’interno della coppia. All’inizio non si comprende cosa sta accadendo, si resta solo feriti e con un vago senso di tradimento per le aspettative deluse.
Torniamo alla mia amica. Cosa le ho detto?
Da un lato occorre capire perché ciò che lui le ha detto le ha fatto così male, e dall’altro se lui voleva fermarsi a quella valutazione, o arrivare ad altri argomenti e litigare su altro. Può essere difficile trovare un modo per discutere di qualcosa che fa male, e spesso si preferisce scaricare la tensione su qualcosa che apparentemente è più lieve, ma allo stesso tempo comunica che c’è un disagio.
Se c’è qualcosa di più profondo, meglio toccare quello. E’ più difficile e va fatto con calma e senza farsi fuorviare dalle emozioni anche se la situazione è spinosa e fa tanto male. Arrabbiarsi e litigare su altro è solo una perdita di tempo e di energie, una distrazione che ci fa girare intorno al vero nucleo del problema, diluendo e prolungando il dolore.
Può capitare che il cambiamento dell’altro, reale o percepito, può essere vissuto come causa o effetto del proprio modo di fare e generare una ferita. In questo frangente la soluzione più costruttiva può essere fermarsi un attimo a riflettere per comprendere cosa accade.
Spesso l’inciampo dell’altro nella sua storia personale viene visto come esclusivamente dedicato a sé, come atto che in un certo modo insulta la propria persona o la relazione sentimentale, ma non è detto che sia così. Alcune volte (più spesso di quanto non si creda) queste situazioni non originano dalla relazione con il partner, ma all’interno della relazione è possibile trovare il sostegno per rialzarsi da quell’inciampo.
La coppia, come qualsiasi altra relazione, non è ferma e impermeabile, è in continua trasformazione, perché continuiamo a crescere e cambiare con il mondo che ci circonda (per fortuna o purtroppo, dipende dalle situazioni). L’instabilità guida i due partners verso un nuovo funzionamento in cui aumenta (si spera) la capacità di gestire le situazioni e la complessità – non complicazione! – della relazione.
A volte, comunque, non si riesce a uscire dal circolo vizioso dei non detti e delle emozioni difficili da tenere a bada, è allora che uno psicoterapeuta può venire in aiuto.
Come già detto, ogni coppia ha una serie di schemi che convalidano e sostengono la sua struttura. Qualsiasi cambiamento nella struttura andrà a cambiare la visione del mondo e viceversa qualsiasi cambiamento nella visione del mondo andrà a trasformare la struttura della coppia.
Quando c’è un conflitto, un disagio, un problema, può darsi che c’è solo una (angusta) percezione della realtà, quasi non ve ne fossero altre.
Di solito da un terapeuta ci si aspetta di portare il nostro disagio per vederci restituito il normale funzionamento precedente. Il terapeuta invece creerà nuovi mondi e offrirà una nuova realtà. Userà dati reali, ma contribuirà alla creazione di un nuovo assetto, più funzionale e aperto a nuovi cambiamenti e ulteriori, fisiologiche ristrutturazioni.
Periodi di equilibrio e adattamento si alternano ad altri di squilibrio, è normale, funziona così, non possiamo fermare la nostra vita a momenti bellissimi e perfetti come fotografie… ma possiamo fare tante fotografie mentre continuiamo a cambiare posizioni e panorami.

BIBLIOGRAFIA
S. Minuchin, H. C. Fishman, Guida alle tecniche della terapia della famiglia, Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, 1982.

Cambiare casa, punti di vista e panorami…

Cambiare casa, punti di vista e panorami…

Capita a tutti. Prima o poi arriva una situazione che ci mette di fronte a qualcosa di inatteso e stressante e la voglia di sedersi e di non fare nulla ci assale prepotente.

Quest’anno io, mio marito, mio figlio e le nostre due gatte… abbiamo cambiato casa. Dramma.

Avremmo voluto restare, ma proprio non era possibile, e gli step attraverso cui passare non sono stati facili: la ricerca della casa (in quale quartiere? con quali caratteristiche? cosa possiamo permetterci?), del mutuo (con quale banca? quale tasso?) , il trasloco (preventivi e cosa ci portiamo? cosa ci lasciamo indietro? cosa vorremmo portare a casa nuova, ma non avremo lo spazio?)… All’inizio c’erano solo la rabbia e l’impotenza di non poter restare a casa vecchia, e la tendenza a rilevare solo ciò che non andava in quelle che andavamo a vedere. Insomma. Mi ero seduta e guardavo il mondo che mi faceva il dispetto, l’oltraggio, di tutta quella situazione faticosa e ingarbugliata.
Perché in quella casa c’è stato tanto investimento emotivo?
Quella antecedente era decisamente piccola, poco luminosa e in un quartiere che non ho amato. Ed in quella che adesso dovevo lasciare ho cominciato a rivivere il piacere dell’ospitalità, dell’essere centrale ma non troppo, dell’uscire a fare due passi, e sono arrivate nell’ordine le gatte e mio figlio. Ho accumulato tanti ricordi piacevoli. E cambiare casa mi sembrava un cambiamento anche rispetto a quelle situazioni. Come se in un’altra casa non avessero potuto riaccadere cose belle.
Ma sono stata fortunata. La casa vecchia ha iniziato a congedarci con tutta una serie di piccole magagne che appesantivano ulteriormente la gestione del quotidiano. È stata una fortuna, perché ho iniziato a vedere il cambiamento in chiave positiva, come un miglioramento della nostra condizione, piuttosto che come un ostacolo alla nostra serenità.

Ho effettuato quello che in terapia sarebbe stata definita una ‘ristrutturazione’. In quel contesto sarebbe stato il terapeuta a farmi prendere in considerazione una prospettiva diversa e più costruttiva, in questo caso è stata solo una concatenazione (s)fortunata di eventi. Detta così sembra una cosa semplice: hai un problema, e un terapeuta apparentemente pieno di umorismo ti propone di vedere le cose in modo rovesciato: “è un’occasione!”… quante volte, nel dirlo, ho letto sui miei pazienti un’espressione perplessa.

Eppure vedere le cose in una nuova prospettiva offre tanto di più. Offre l’energia e la voglia di mettersi in gioco, invece di subire passivamente gli eventi. Permette di pensare in un modo diverso e, perché no, trovare nuovi stati d’animo e soluzioni prima neanche sospettate.

Mettiamoci una lente d’ingrandimento, su questo, perché è importante: cosa  accade quando si costruisce, destruttura e ricostruisce un pensiero, una prospettiva? Come altre volte mi affido all’etimologia.

Costruire significa mettere insieme, assemblare diversi elementi in modo da dar loro un certo senso. Positivo o Negativo. E qui occorre far attenzione, perché anche voler restare per forza attaccati a qualcosa di vissuto come positivo, può creare problemi. Siamo in continuo divenire, e non ci si può fermare quando la vita ci dice che dobbiamo muoverci. Quel nostro fermarci è deleterio. È restare attaccati al passato e perdersi le opportunità che ci riservano il presente ed il futuro.

Vediamo il passo successivo. Destrutturare non vuol dire distruggere, ma smontare, scomporre la configurazione esistita fino a quel momento ed isolarne i vari elementi. Solo così possiamo valutare quali di quegli elementi è giusto, opportuno, tenere ancora nella propria vita, e quali mettere da parte, perché non ci servono più e ci impediscono di crescere ulteriormente.

Infine, ristrutturare, in quest’ottica, vuol dire creare un nuovo ordine con gli elementi (vecchi e nuovi) che abbiamo in mano, dar loro un nuovo significato che ci permette di rimetterci in gioco (quando il circolo è gestito in modo virtuoso).

“La ristrutturazione non cambia i fatti concreti ma il significato che il soggetto attribuisce alla situazione – o per dirla con i termini che Epitteto usò fin dal primo secolo d. C. : ‘Non sono le cose in se stesse a preoccuparci, ma le opinioni che ci facciamo di esse’.”*

 Nel mio caso, abbiamo trovato una casa simile alla vecchia nella configurazione delle stanze, siamo rimasti nello stesso quartiere, ci siamo avvicinati alla scuola di mio figlio ed al parco, abbiamo guadagnato una splendida vista sugli alberi, il cielo stellato di notte e le cicale nel sottofondo dei pranzi estivi. E scusate se è poco.

*P. Watzlawick, J. H. Weakland, R. Fish, Change, Editrice Astrolabio, 1974

L’insostenibile pesantezza dell’esser manipolato

L’insostenibile pesantezza dell’esser manipolato

Le relazioni umane sono abbastanza semplici.

Nel bene come nel male le ritrovi uguali in un’aula di scuola materna o nell’etere per gestire un gruppo di professionisti.

Mi capita spesso di avere la fortuna di incappare nelle stesse dinamiche che ha mio figlio a scuola, ovviamente in altri contesti, e ci rifletto su. Da sola, coi colleghi o in altre situazioni informali.

Parlando con un’amica, è emerso che uno degli aspetti fondamentali, e più dolorosi, è che chi ci usa, spesso lo fa in nome dell’amicizia che ci lega. “Siamo amici, quindi puoi bere questo amaro calice per me (mentre io, ben inteso, mi prendo una tisana  calda coi biscottini)?”

Ma forse sto correndo troppo…facciamo un passo indietro.

Il manipolatore ha un conflitto o un bisogno, e cosa fa? Lo gestisce da solo? No, purtroppo cerca di usare gli altri per risolverlo. Il suo obiettivo è sottomettere l’altro, fornendogli informazioni contraddittorie e incomplete, che lo inducono a dubitare di sé (forse non sono come credevo di essere), della propria percezione (forse non ho visto o sentito bene) e della propria memoria (forse non ricordo bene). La vittima resta confusa, non capisce più cosa accade, né dentro, né fuori di sé.

Pian piano inizia a sentirsi e viversi male, a pensare che le sue capacità siano sbagliate, inappropriate o insufficienti, l’autostima precipita e si sente insicuro e vulnerabile.

Perchè accade questo? Perché così il manipolatore può risolvere il suo problema continuando a sentire di avere potere e controllo. Il suo potere non deriva da qualcosa che lo eleva, ma dal sotterrare l’altro.

E ancora, perchè la vittima abbocca? Cosa la predispone a ricevere l’amo? Perché, attenzione, il manipolatore è tale di fondo, ma non butta l’amo verso tutti.

Non siamo tutti uguali, abbiamo caratteri, educazioni e concezioni diverse, ed ognuno reagisce in modo personale a quanto ci propone la vita: ciò che atterrisce una persona, può passare del tutto inosservato ad un’altra. Detto in termini spicci, cascarci non è sintomo di stupidità, ma di predisposizione verso certe dinamiche.

Osserviamo meglio questa disposizione interna, perché ben o male la vittima elettiva della manipolazione ha 3 caratteristiche fondamentali:
– è rigida, tende a vedere il mondo bianco o nero. Non riesce a pensare che esistono diverse prospettive da cui vedere la stessa situazione e che quella che gli propone il manipolatore non è che una delle tante possibili, e può essere ben diversa dalla realtà delle cose;
– è una persona che cerca l’approvazione degli altri, dipende dal loro giudizio e se questo non è buono, fa di tutto per trasformarlo;
– cerca affetto, e tende ad idealizzare l’altro, visto come leader o competente in qualcosa che a lei sembra mancare.

Perché tanto coinvolgimento col manipolatore? Perché visto che l’altro ci sembra migliore in qualcosa, si vorrebbe essere come lui o almeno nelle sue grazie. Ma se ci rimanda un’immagine distorta di noi stessi, pur di cambiare la rappresentazione che l’altro ci propone, siamo disposti a tutto, più o meno consapevolmente… anche a bere il già citato calice amaro.

Cosa possiamo fare per uscire da questo ingranaggio che ci stritola?
– Parlarne, parlare di come ci si sente con qualcun altro. Il confronto spesso è fondamentale, quando c’è una manipolazione. Sono io fuori del mondo, ho capito o mi sono espressa male, oppure è l’altro che in modo più o meno consapevole mi usa per i suoi fini?
– Mettere da parte il senso di colpa e di inadeguatezza per avere inciampato in questa dinamica.

In seguito, prendendo spunto da ciò che predispone ad essere manipolati, cambiare tendenza e
– uscire dalla nostra rigidità, aprirci a nuove prospettive, per tollerare meglio l’immagine distorta che l’altro ci rimanda. Quello è solo uno dei tanti punti di vista da cui possiamo essere guardati e valutati.
– guardarsi meglio dentro, fare un’attenta analisi di ciò che siamo e ciò che facciamo, in modo da iniziare ad acquisire una nuova concezione di noi stessi, che non dipenda dai giudizi esterni.
– valutare le risorse proprie ed altrui come altrettanto lecite e degne di esistere, per evitare di idealizzare l’altro che in definitiva ha solo capacità diverse dalle proprie, non per forza migliori.

Infine, ricordare sempre che il nostro modo di essere e relazionarci agli altri sono unici, possono andare bene così come sono, ma per evitare di incappare in situazioni spiacevoli forse è meglio usare degli accorgimenti.

Ognuno ha il suo particolare modo di camminare, non è un problema. Ma se cammino per strada mentre piove e per terra ci sono tante foglie scivolose, forse è meglio stare attenta e cambiare un minimo la mia andatura per evitare di fare un tonfo.