Perché il Tempo è Importante nel Cambiamento
La scorsa estate ho fatto un viaggio su un treno che non prendevo da tantissimi anni. Come al solito mi sono ridotta all’ultimo per acquistare i biglietti, sull’Alta Velocità i prezzi erano inavvicinabili e ho optato per un treno più lento.
L’avventura è partita già nell’attesa in stazione. Io e mio figlio abbiamo raggiunto il binario e, prima del nostro, c’era un Freccia Rossa pronto per percorrere la stessa tratta del treno che dovevamo prendere noi. Lui ha fatto per salire, ma io “No, il nostro è tra 15 minuti” e già stavano partendo le sue lamentale e gli sbuffi. Io sono rimasta zen, ma dentro, per dirla alla romana, stavo rosicando: con quel treno saremmo arrivati a destinazione molto prima rispetto a quello per cui avevo i biglietti. Ci siamo seduti su una panchina e abbiamo aspettato.
Succede un po’ la stessa cosa quando si comincia un percorso di psicoterapia. Il paziente ha appena iniziato e già vorrebbe essere arrivato al risultato finale. Non è superficialità, è solo voglia di recuperare – o avere per la prima volta – una condizione di benessere nel minor tempo possibile. Lì per lì scalpita e vorrebbe andare da uno stato all’altro in modo indolore, quasi col teletrasporto, ma il percorso è importante. E’ il movimento interiore che porta da un’altra parte, occorre mettersi in gioco e in discussione.
Torniamo al viaggio estivo.
Quando è arrivato il treno siamo saliti ed ho notato subito un odore particolare (no, non era il bagno :-D), un odore …vintage. Era l’odore di quando c’erano gli scompartimenti da 6 posti e le poltrone marroncine, quelle che se ne tiravi avanti due – una di fronte all’altra – ti ci potevi sdraiare. Abbiamo trovato i nostri posti, ci siamo sistemati, il treno è partito e dopo un po’ mi sono resa conto che il rumore di sottofondo era quello dei vecchi tempi: TU-TUM-TU-TUM…TU-TUM-TU-TUM…TU-TUM-TU-TUM…Mi sono fermata un attimo a pensare e… “Ma sì, non è il rumore dell’Alta Velocità, quello non mi dà l’idea di essere in un treno: quello è molto più patinato, asettico, silenzioso”.
Dopo un po’, mi sono resa conto che l’aria condizionata non funzionava bene, ho cominciato a sudare, e quando è passato il controllore “Mi scusi, si può fare qualcosa?” “Purtroppo no, non funziona tanto, però un attimo…(ha controllato)… se vi spostate più avanti, più vicino al bocchettone, ci sono dei posti liberi. Potete mettervi lì, tanto restano così fino alla fermata in cui dovete scendere”.
Grandi ringraziamenti e ci siamo avvicinati al centro del vagone. Da lì la prospettiva era nettamente diversa: sentivamo e vedevamo più cose. O meglio, sentivo e vedevo, visto che mio figlio, teenager modello base, era fisso sullo schermo del suo cellulare.
Ho sentito conversazioni tra passeggeri sconosciuti che si scambiavano pezzi di vita, opinioni e consigli su cosa fare in vacanza in certe località. Ho visto una coppia di pensionati che stavano andando ‘in villeggiatura’, uno di fronte all’altro, su sedili sfalsati, le scarpe per terra e i piedi (rigorosamente con calzini) appoggiati sui sedili di fronte. Guardavano fuori del finestrino, ogni tanto si scambiavano serenamente qualche parola e a metà pomeriggio hanno fatto merenda scartando dei panini fatti in casa. Nel sottofondo nessuno stralcio di conversazioni sul cellulare.
In quel viaggio mi sono sentita catapultata indietro di 25 anni. L’Alta Velocità mi avrebbe portato a destinazione in 2 fermate e invece quel giorno ho visto persone scendere e salire in 16 stazioni diverse. Spesso erano piccoli centri e attraverso il finestrino ho assistito a saluti, baci, abbracci e persone che andavano via dividendosi le valigie.
Ho sperimentato la lentezza. E non solo. Normalmente non percorro più quella tratta tornando dai miei e ho rivisto il mare che scorreva lento accanto al treno. Ho visto spiagge, case con panni stesi ad asciugare, ombrelloni nelle palazzine (credevo non si usasse più metterli sul balcone…no, non parlo degli ombrelloni fighi da terrazzo, ma proprio quelli colorati che pianteremmo su una spiaggia libera) che mi hanno riportato ai ricordi di casa mia negli anni ‘80. Mi sono anche chiesta se esistono ancora i bambini che salutano il treno dal mare quando passa. Io lo facevo sempre.
In tutta questa lentezza non ho trovato una perdita di tempo, un “chissà quando arriverò”, ma una continua scoperta e riscoperta di pezzi di me che credevo non esistessero più. Pezzi che mi hanno fatto bene e hanno avuto un effetto anche su mio figlio che invece di sbuffare e spazientirsi come solo gli adolescenti sanno fare, ha cominciato a sollevare gli occhi dal cellulare e parlare serenamente del più e del meno.
Spostiamoci di nuovo sulla psicoterapia.
Perché è bene che sia lenta? Perché i nostri processi mentali a volte sono attraversati da guizzi, ma spesso occorre del tempo per trovare un senso per ciò che accade (o è accaduto) dentro e fuori di noi.
Un mio amico diceva che l’erba non cresce tirandola. A pensarci un attimo è semplice, no? A chi verrebbe in mente di andare a fare una cosa simile in un prato? Sì, lo so, noi non siamo vegetali, ma abbiamo lo stesso bisogno di rispettare i nostri ritmi, non forzare i processi e non cercare soluzioni sbrigative. In terapia si attraversano pause, eventuali regressioni e momenti di riflessione. Si deve creare uno spazio interno per comprendere le emozioni e cogliere ciò che normalmente risulta sfuggente e nascosto: pensieri stratificati che vanno prima trovati e poi messi in ordine, senza fretta.
Calvino nel suo saggio sulla Rapidità ha scritto che “il lavoro dello scrittore deve tener conto di tempi diversi: […] un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti; ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera”. Direi che questo discorso è perfetto anche per la psicoterapia.
In altre parole, bisogna fare come fa Nadia quando si prende cura di sé e scalda i suoi pasti a bagnomaria o come Nicola che mette tanta cura nel fare un’endoscopia all’orecchio. “Devi fare tutti i movimenti piano, che ti piano, che ti piano, così non sbagli e fai prima, visto che non devi tornare indietro e ripetere ciò che è stato fatto male”.
Ultima cosa: ironia della sorte, il Freccia Rossa partito un quarto d’ora prima del nostro treno ha avuto un guasto ed è arrivato a Pescara dopo di noi. Buffo, no?
Bibliografia
Italo Calvino, Lezioni americane, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1993
