Propositi per il nuovo anno

Propositi per il nuovo anno

E’ cominciato un nuovo anno e siamo punto e a capo sul solito mettersi dei propositi: le cose da realizzare entro l’anno, dalle più semplici a quelle col vago sapore di utopia.

Cos’è un proposito? La parola viene dal latino, propositum, ossia “cosa posta avanti”. Nel vocabolario trovo “ferma intenzione (in quanto determina la volontà ed il comportamento)”.

Non so com’è per le altre persone, ma per me questo termine ha un po’ perso il suo significato originario.

Tutti gli anni, anche se tendo a “ricominciare da adesso” senza che vi siano calendari a ricordarmi di farlo, ormai ci sono quei 2/3 propositi che arrivano direttamente dall’anno prima, il quale a sua volta li aveva ereditati intonsi dall’anno precedente.

Come mi sento rispetto a questi obiettivi ancora da conseguire? Non molto soddisfatta di me stessa. Perchè se non li ho realizzati (e non mi ci sono neanche avvicinata) evidentemente non mi sono applicata abbastanza per il loro conseguimento.

Prima di parlare d’altro vorrei precidare due cose:

– Ognuno di noi osserva il mondo attraverso particolari schemi che ci aiutano a concepire ciò che accade. In base a tutto ciò, inconsapevolmente, scegliamo cosa metter in evidenza e cosa escludere dal nostro panorama. In modo indiretto, quindi, decidiamo come agiremo, quali obiettivi ci porremo e che tipo di “combattente” saremo: quello che “ancora spera di vincere o uno che non ha speranza di vincere ma cerca di perdere nella maniera meno grave possibile” (Maslow).

– Quando vogliamo realizzare un desiderio, il nostro obiettivo non è davvero quello, ma ciò che rappresenta, dove intendiamo arrivare dopo averlo realizzato. Inoltre, per arrivare allo stesso obiettivo finale, si avrà un differente desiderio (inteso come punto di partenza) in base al momento storico, alla propria indole ed alla cultura (o subcultura) di appartenenza. Se, ad esempio, si desidera avere più soldi, non è per i soldi in sè, ma per acquistare qualcosa che fa raggiungere un altro livello sociale o per accrescere l’autostima. Ed in base alle caratteristiche personali o al gruppo di appartenenza si tenderà a pensare che i soldi si possono ottenere con una rapina in banca oppure con un nuovo incarico accademico.

Per tornare a noi, c’è qualche speranza di riuscire a realizzare qualcosa? Cosa si può fare per riuscire nel proprio intento?

Occorre:

Prendersi la responsabilità di ciò che si vuole ottenere e smettere di esprimere desideri come se si stesse cercando stelle cadenti in una notte d’estate, dando per scontato che poi le cose si realizzaeranno da sole.

Capire dove si vuole arrivare davvero: cosa c’è dietro il mio obiettivo? Siamo sicuri che il mio proposito sia l’unica strada giusta per arrivare a ciò che voglio? Magari si può realizzare la stessa cosa seguendo altri percorsi , non per forza più facili, ma più adatti al proprio modo di essere. E dopo, valutare e scegliere di conseguenza.

Prendere nota di tempi e piccoli step attraverso cui passare (le cose non si realizzano dall’oggi al domani).

– Fare e rifare periodicamente il punto della situazione. Senza drammi, ma con onestà e serietà.

Partiamo da me. Tra I vari propositi vorrei dimagrire ma, visto che non ci riesco, davvero ho questa intenzione o sotto sotto qualcosa dentro di me si oppone a questa prospettiva? Facciamo che inizio cercando di comprendere cosa vorrei ottenere, a livello profondo, perdendo peso.

E voi? Avete già stilato la lista dei vostri propositi per il nuovo anno? Ci sono tutte voci nuove o qualcuna è in eredità dall’anno scorso?

Bibliografia

Kelly G.A., La psicologia dei costrutti personali, Raffaello cortina Editore, Milano 2004

Maslow A.H., Motivazione e personalità, Editore Armando Armando, 1973

Vecchi libri, carta giapponese e felicità

Vecchi libri, carta giapponese e felicità

Quando mi sento felice, perché ho avuto una bella giornata e le cose si sono incastrate tutte bene, qualcosa dentro di me comincia a canticchiare una canzone: My favourite things. E’ un po’ la mia muta e personale colona sonora delle giornate andate bene.

Spesso si pensa “se questa cosa cambiasse…se quella persona fosse qui…se ottenessi il lavoro che dico io…sarei felice”. Mah. Realizzare un desiderio è sempre bello, ma poi magari ci si rende conto che manca ancora qualcos’altro, che forse non siamo all’altezza della nuova situazione e allora? E allora si ricomincia da capo.

La scorsa estate, nonostante gli incastri della vita non fossero propizi, mi sono iscritta ad un corso di restauro libri. Quel corso mi ha reso felice? Sì, ma non perché il corso fosse una panacea (a me è piaciuto tanto, ma non siamo fatti con lo stampino), semplicemente perché ad un certo punto ho dato uno strattone e mi sono ricavata (sostenuta da mio marito) uno spazio mio, solo mio. In cui non ero la psicoterapeuta, la mamma, la moglie, la figlia o quella che deve correre a destra e manca per mettere le toppe. Ero io soltanto a “giocare” con carta, colla e attrezzi quasi alchemici.

Tutto ciò mi ha reso felice, davvero? No, però mi ha alleggerito.

E mi ha fatto venir voglia di approfondire questo stato d’animo.

Cercando qua e là, mi sono imbattuta in un libro che già avevo in casa. Un libro semplice, chiaro, ironico. In una parola Fantastico. In cui si parla di…tutto ciò che sarebbe meglio fare per essere infelici.

E lì ho capito una volta di più che essere felici non è un momento, ma un processo. Non è il risultato, ma ciò che faccio per arrivarci e come. Non è il corso di restauro libri, ma io che do uno strattone e mi ritaglio uno spazio solo mio con la complicità di mio marito e mio figlio che dice orgoglioso agli amichetti che io “aggiusto libri”.

Le persone che vanno in terapia, tendenzialmente alla fine del percorso (se arrivano fino alla fine) stanno meglio. Perché qualcosa si è acceso all’improvviso dentro di loro? Anche. Perché a volte ci sono insight stravolgenti. Ma soprattutto perché hanno deciso di prendere in mano la loro vita e farci qualcosa di costruttivo. Senza quel qualcosa di preparatorio, neanche il migliore insight del mondo troverebbe un varco da cui offrire uno spiraglio di luce.

Nel libro trovato in casa si approfondiscono vari aspetti. Qui mi concentrerò solo su un aspetto: il tempo e come lo usiamo.

Spesso noi vediamo il passato come unico momento aulico e degno di nota della nostra vita. Non conta ciò che è accaduto in realtà. Il passato è sempre migliore del presente, a prescindere. Ci focalizziamo su ciò che andava bene e il presente non sarà maaai alla sua altezza.

La conseguenza dell’essere rivolti al passato, è che non ci restano né tempo né risorse per ciò che occorre fare adesso, nel presente. Siamo troppo occupati dalle recriminazioni e dalla lamentela per ciò che, secondo noi, abbiamo perso, da non pensare a ciò che abbiamo e potrebbe portarci altra felicità. E’ un po’ come camminare guardando indietro. Si va più piano ed è inevitabile trovare degli inciampi.

Me ed il corso di restauro libri: una volta avevo taaaaanto tempo libero, avrei potuto farlo prima il corso, e adesso sarei stata l’essere più felice dell’universo. Come direbbe mio figlio….Macchè?! Ero sempre presa da seminari, corsi, lavoro, su cui si intersecavano dilemmi esistenziali… non proprio una pacchia. Infatti quest’estate mi sono fermata e detta “non è vero che prima avrei avuto il tempo, il tempo, se davvero voglio farlo, posso trovarlo, ora, non importa come!” e così è stato.

Un’altra cosa che non facciamo per essere felici, senza rendercene conto, è non accettare tranquillamente ciò che ci offre la vita adesso, nel presente. E’ una cosa un po’ strana, prima volevamo qualcosa, quando quel qualcosa arriva…ecco che non lo vogliamo più, quasi che la nostra vita non sia più compatibile con la soddisfazione di quel bisogno o desiderio. E’ capitato anche a me. “Ormai ho più di 40 anni, ma dove vado? Ho già un lavoro, che mi metto a fare?”…per fortuna avevo davvero dei libri da rimettere in sesto e la mia soddisfazione nel presente ci sarebbe stata comunque.

L’ultima situazione legata al tempo è…che solo perché in passato una soluzione è stata valida, non è detto che lo sarà anche adesso o in futuro. Qui l’autore del libro, Paul Watzlawick, racconta una storia molto simpatica che vorrei riproporre.

C’è un ubriaco che perde le chiavi casa. Le cerca e arriva un’altra persona che comincia ad aiutarlo. Mentre girano sotto un lampione da diverso tempo, il secondo arrivato gli chiede se sia sicuro di averle perse lì, sotto il lampione. L’ubriaco lo guarda e fa “No, le ho perse dietro un cespuglio, ma lì è buio pesto, meglio cercare qui che c’è più luce.”

La storia è simpatica e il protagonista è ubriaco, quindi non nel pieno possesso delle sue capacità mentali. Ci viene da dire “Eh, ma io non sono mai andato a cercare sotto un lampione ciò che sapevo essere dietro un cespuglio.”

Già. Ma quante volte abbiamo pensato che la nostra felicità fosse in un incarico di lavoro specifico, una relazione sentimentale con un partner in particolare o in qualcos’altro e una volta ottenuto….ci siamo accorti che non eravamo felici manco per idea?

Io, intanto, che fine ho fatto?

Ho finito il mio corso, restaurato un libro con grandi soddisfazioni, non sono diventata una restauratrice, ma…ho imparato qualcosa di nuovo, di pratico e su me stessa. Ho imparato a zittire quella vocina maligna che mi dice che non posso, non è il caso e “ma dove vado?”

Non ho raggiunto nessun livello di non ritorno sulla mia strada verso la felicità, ma certamente ho imparato qualcosa che mi aiuterà ad avvicinarmici un po’ di più di ieri… perché ieri, a dispetto delle mie false illusioni, certamente non ero più felice di oggi.

BIBLIOGRAFIA

Paul Watzlawick Istruzioni per rendersi infelici, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1984

Il navigatore per arrivare prima…ma forse nel posto sbagliato

Il navigatore per arrivare prima…ma forse nel posto sbagliato

Tempo fa mi sono ritrovata a parlare con un’altra mamma al parco. Mio figlio è abbastanza temerario e si arrampica dappertutto, anche se con criterio (almeno finora…). Il figlio di quest’altra donna voleva seguirlo e fare qualcosa che per lei era pericoloso, quindi “No, non farlo! Mi fa preoccupare vederti fare questa cosa, e tu non vuoi che io mi preoccupi, vero?”

Obiettivo raggiunto! Il bambino ha desistito immediatamente.

Poi, rivolta a me “Sono fiera di come ho impostato la sua educazione! Gli comunico il mio stato d’animo e lui, per non farmi star male, non fa ciò che non deve fare. Lo aiuto a mostrare empatia verso gli altri.”. Io sono rimasta basita, ma per quieto vivere non ho detto nulla. Non ero abbastanza in confidenza per comunicarle la mia opinione in merito.

‘Avere una reazione empatica significa sforzarsi di metterci nei panni dell’altro, così che i nostri sentimenti ci facciano intuire non soltanto le sue emozioni, ma anche le sue motivazioni. Significa comprendere l’altro dall’interno, non dall’esterno […]'(Bettelheim)

Possiamo capire le emozioni di un’altra persona se le abbiamo già provate dentro di noi, ed abbiamo imparato a mettere tra noi ed esse (le emozioni) la giusta distanza, quella necessaria per guardarle da fuori e riconoscerle.

Il bambino, a 4-5 anni, è ancora piccolo per guardarsi dentro, non riesce ancora a capire bene cosa si muove dentro di lui, figuriamoci dentro qualcun altro.Attenzione, non dico che non si può parlare di emozioni ad un bambino, anzi. Semplicemente in questa fase si può aiutarlo nel riconoscimento di ciò che accade dentro di lui, in ‘pancia’, mettendo da parte le pance degli altri, che aggiungerebbero solo confusione. Gli adulti hanno un ruolo importante e delicato, perché occorre mettersi da parte e non dare indicazioni che si sovrappongono al loro sentire, altrimenti le loro emozioni restano delle incognite sotterranee che ogni tanto esplodono lasciando perplessi e impotenti.

La mamma che ho incontrato aveva certamente le migliori intenzioni, ma le sue parole insegnavano altro: a fare qualcosa per dare un piacere o togliere un dolore a qualcun altro. In altre parole il bambino impara a compiacere senza comprendere cosa sente e cosa vuole. Questo non è un dettaglio irrilevante. E’ qualcosa che forgerà e incasellerà molte cose che arriveranno anche dopo, negli anni.

Più o meno consapevolmente ogni genitore vorrebbe che il figlio fosse uguale a lui, pensasse le sue stesse cose e le sentisse allo stesso modo. E quale modo più semplice se non quello di dargli una mappa già predisposta?

La vera vittoria sta nell’aiutarlo a trovare la sua strada, il suo percorso, affinché lui si costruisca la sua mappa. Mi viene un po’ da sorridere pensando a certi navigatori satellitari che non tengono conto del territorio ma solo della mappa. Spesso viene indicato come unico percorso una strada che si rivela essere una scalinata (ma siamo in auto), oppure favorita una soluzione senza tener conto di caratteristiche particolari (salite o discese) che possono rallentare notevolmente la tabella di marcia. Ecco, quando noi adulti diciamo ai bambini cosa devono sentire, ci trasformiamo in navigatori che dicono di andar per campi.

Il problema è che poi, se non si impara a gestire tutto il marasma che abbiamo dentro, non è che di punto in bianco, un bel giorno, ci si sveglia sapendolo fare. Una mattina ci si sveglia e non ci capisce se ciò che ci ha mosso la sera prima nel discutere col partner sia stata rabbia, vergogna, umiliazione o bisogno di esercitare potere sull’altro in un momento di debolezza. Ci si sveglia e c’è solo la sensazione che qualcosa sia andato storto, non si sa cosa. Invece di usare una mappa già pronta, sarebbe stato meglio perdere tempo ed energie nell’imparare ad orientarsi nello spazio, nel tempo, e perché no?, dentro di sé.

BIBLIOGRAFIA B. Bettelheim “Un genitore quasi perfetto”, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1987.

Da 2 a 3…e poi?

Da 2 a 3…e poi?

Al di là del romanticismo, due persone si mettono insieme per stare bene e imparare qualcosa l’uno dall’altro, ma una volta consolidato il legame, in modo più o meno consapevole ognuno comincia a preoccuparsi della lealtà nei confronti della propria famiglia d’origine.
Quella lealtà è un modo per riconoscere se stesso all’interno del contesto in cui si è cresciuti e può dar luogo ad un conflitto: da un lato ognuno cerca di apportare cambiamenti terapeutici alla propria famiglia d’origine, ma allo stesso tempo cerca di mantenervisi leale, fedele, e da qui possono derivare difficoltà all’interno della coppia.
A volte già è difficile stare in due e se arriva un figlio… la situazione si complica ulteriormente.
Nella coppia ci sarà da un lato lei, coi suoi sensi di colpa per esser completamente concentrata in una relazione esclusiva col bambino (spesso già dalla gravidanza) e la rabbia per la stanchezza ed il peso delle incombenze che sente su di sé, e dall’altro lui, con la sua sensazione di essere messo da parte e di essere l’unico a sostenere la situazione economica.
Se a tutto questo si aggiungono le famiglie d’origine attirate dall’emozione e dalla gestione del piccolo, il cerchio del caos arriva alla perfetta chiusura.
Cosa fare? E’ possibile trovare soluzioni che lascino tutti ragionevolmente soddisfatti?
Ogni situazione è unica, ma esistono delle buone prassi che possono allentare il conflitto e portare ad un nuovo assetto di coppia, più funzionale.
Eccone alcune.
– Abbandonare l’idea di poter essere partner e genitori perfetti. Si è quel che si è, e si cerca di fare del proprio meglio. Non c’è da fustigarsi se le cose non girano in modo perfetto. La soluzione migliore è togliere spazio alle recriminazioni e cercare di esternare il proprio vissuto per essere compresi e comprendere autenticamente l’altro.
Non fare confronti con gli altri, la loro vita e la loro gestione della vita a tre. Ognuno (ed ogni coppia, ogni famiglia) è unico. Si può cercare di comprendere quali sono i punti virtuosi delle altre coppie, ma ricordare sempre che ognuno porta con sé il suo carattere, il suo modo di vedere la vita, la sua educazione e le sue esperienze. Ciò che può funzionare perfettamente per qualcuno, può essere una soluzione ‘stretta’ per altri. Meglio trovare la propria strada, procedendo per prove ed errori, che ricalcare i passi di qualcun altro senza sapere bene dove condurranno.
Il senso di colpa è inutile se fine a se stesso. C’è un problema? Ok, cosa si può fare adesso? Cosa ha portato a quel problema? Cosa si può fare per risolverlo? Come  evitare che si ripresenti? Meglio trovare soluzioni condivise, che soddisfino la coppia ed il bambino. Chi non si sente rappresentato in una scelta, può boicottare più o meno consapevolmente il buon esito della stessa, quindi meglio impiegare più tempo, valutare bene tutti i punti di vista e dare/avere la giusta rilevanza all’interno del processo decisionale. Si può partire lesti in una direzione e fermarsi, rifermarsi, cambiare strada, tornare indietro, procedere in tondo e ritrovarsi al punto di partenza stanchi, scoraggiati e rancorosi l’un con l’altro.
Ri-conoscersi come coppia. Se il processo di lealtà nei confronti della propria famiglia di origine entra in conflitto con la nuova realtà di coppia e ancor più con la gestione del bambino, c’è la sensazione di stare con qualcuno di diverso dalla persona con cui si era deciso di stare insieme. Non si è più quelli di prima, ma non è detto che si sia peggiorati, anzi. Cercare di ri-presentarsi, ri-parlare di se stessi per dire all’altro come si è, e ri-cercare di sentire il cuore dell’altro e fare squadra. Parlare liberamente di cosa si prova e come ci ci sente, senza opprimersi e cercando di capire cosa prova e come si sente l’altro/a. Si fa parte di una squadra, ed occorre essere presenti ed uniti: per funzionare bene bisogna capire quali sono le risorse di ognuno e dove si è (come un giocatore che in campo fa mente locale, mentre il gioco va, su chi è dove e come può passargli la palla o tirarlo fuori d’impaccio e recuperare la palla).
Tener fuori le famiglie d’origine dalle decisioni riguardanti la coppia e quelle sulla gestione del bimbo. Se chiunque può arrivare e dire la propria (o peggio ancora, agire di sua iniziativa) si creano confusione, ansia, sensazione di essere scavalcati e rancore. Benvengano gli aiuti ed i consigli richiesti e costruttivi, ma attenzione a non lasciare troppo spazio (il vostro).

Cespugli e caminetti

Cespugli e caminetti

Mi guardo intorno e vedo che spesso le persone restano ferite per situazioni che molti altri archivierebbero come cose da poco conto. Quando ci si aspetta che l’altro, un altro per noi importante, ci sia, ci sostenga, tenga fede ad un nostro segreto, e ciò non accade, ecco che arriva l’amaro boccone della delusione e la sensazione di essere stati traditi.

Il tradimento è spesso associato alle relazioni sentimentali, ma nella vita possiamo sperimentarlo in qualsiasi ambito: può accadere con un familiare, un amico, un collega o chiunque altro con cui si sia creato un rapporto di fiducia.

Da bambini è normale, anzi auspicabile, che ci sia una totale fiducia nei confronti degli adulti che si occupano di loro e/o nei confronti del mondo. Senza quella fiducia non può neanche esserci l’esplorazione di ciò che lo circonda, per scoprire chi sono e dove sono. Poi crescendo, ci si imbatte in attriti, scontri, delusioni e ognuno a modo suo impara a stare nel mondo e prendere le misure per vivere ed evitare altri dolori.

Le reazioni sono varie e diverse per ognuno, anche in base al periodo che si attraversa: a volte si sarà disposti a cercare un confronto costruttivo, altre più inclini a meditar vendetta, o a ispessire la corazza che apparentemente ci separa dagli altri, coltivando un cinismo per cui nulla al mondo vale la nostra fiducia o, peggio ancora, cercando di negare anche a se stessi il valore dei legami con altri esseri umani. L’amore, l’amicizia, la lealtà diventano solo illusioni e ogni personale esperienza perde toni più elevati: meglio restare coi piedi ben piantati per terra, per non soffrire di nuovo. Se questo può sembrare rassicurante, da un altro lato impedisce di guardare il mondo da altre prospettive e volare via dal dolore stagnante.

Altre due possibili soluzioni possono essere negare quanto è accaduto cercando di far quadrare ugualmente qualcosa che tanto quadrato non è più, e costruire rapporti apparentemente perfetti in cui tutto deve essere preciso e calcolato, controllato. Peccato che tra esseri umani, più si controlla, meno spazio resta per le emozioni e la condivisione spontanea del proprio vissuto, vero tesoro delle relazioni.

Ma quindi, non c’è niente da fare? Il tradimento e la delusione delle aspettative sono del tutto negativi? Si può solo cercare di sopravvivere nonostante tutto?

E’ umano e fisiologico restare scottati lì per lì, isolarsi e cercare un cespuglio in cui leccarsi le ferite, il problema sta nel restare impigliati in questa prima reazione.

Può servire chiarirsi con chi ha tradito? Ma chi è disposto ad ascoltare le ragioni di chi lo ha ferito? E siamo sicuri che tradito e traditore riuscirebbero a parlare la stessa lingua? E’ possibile che ciò che è fondamentale per uno sia assolutamente inutile per un altro, e che una situazione che muove le corde interiori di uno, passi del tutto inosservata all’altro, suscitando ulteriore sconforto nel tradito e fastidio nel traditore, che deve continuare a motivare scelte per lui innocue.

C’è un altro modo per affrontare tutto: ANDARE OLTRE, senza restare ancorati alle razionalizzazioni o alle emozioni negative. Non è un perdonare o un far finta di nulla. Non vuol dire non affrontare e lasciar perdere ‘perché tanto non c’è niente da fare’, anzi. Vuol dire passare attraverso quella sofferenza, capire cosa è accaduto e dove si è creata la ferita, guardarla bene, toccarla e usarla come trampolino per continuare a crescere.

Non c’è buonismo in tutto ciò, è solo una strategia più funzionale che permette di non avvelenarsi la vita. Quando il veleno continua a covare dentro, l’unico effetto è di avvelenare la vita che lo contiene.

E non è tutto. Col tradimento si esce dall’illusione e si entra nella realtà, si esce dall’infanzia incantata, dall’eden ultraterreno, dal mondo perfetto in cui non può accedere nulla di male, e si entra nel mondo degli esseri umani, esposti alla sofferenza solo perché finalmente capaci di sentire emozioni e sentirsi legati agli altri.

Ci si nasconde nel cespuglio per leccarsi le ferite, ma se ne può uscire guariti ed usare i rami secchi dell’esperienza passata come legna da ardere, per scaldare ed illuminare nuovamente il sentiero della vita.

Bigliografia
J. Hillman, Puer Aeternus, 1964, Edizioni Adelphi

Figli: dov’e’ il libretto delle istruzioni?

Figli: dov’e’ il libretto delle istruzioni?

Sono una psicoterapeuta, ma anche una mamma e spesso mi capita, tra il giardino di scuola e varie chattate con altri genitori che mi chiedono consigli, dritte e bibliografia ad hoc. Di solito non mi tiro indietro, ma nelle ultime settimane mi sono chiesta se dare consigli direttivi non sia un’arma a doppio taglio. Intendiamoci, apparentemente ci si può sentire
sollevati nell’avere una soluzione già pronta, ma poi?
Vediamo i due scenari:
– Il consiglio risolve misticamente il problema (molto difficile, a meno che non svisceriamo e ribaltiamo la situazione da ogni punto di vista, anche il più improbabile), ma questa soluzione ‘facile’ che effetto fa a chi lo riceve? Indirettamente gli dico che da solo non ce la fa (‘te lo dico io come si fa’).
– Il consiglio non risolve nulla. La situazione è stata presentata bene, sotto tutte le sfaccettature? Il consiglio è stato applicato bene? Come è stato vissuto? Non è che ansie e paure sono state proiettate su una situazione normalissima?
Certi dubbi attanagliano tutti: chi più, chi meno, abbiamo tutti momenti di confusione e la sensazione di sbagliare qualcosa, ma non si sa cosa. Si cercano disperatamente strategie e istruzioni per far funzionare bene il meccanismo inceppato. E più si cerca, più crescono l’insicurezza, la sensazione di incompetenza, l’agitazione e la paura di creare danni irreparabili. Si entra in un loop perdendo la lucidità e la capacità di guardare la situazione e capire cosa fare, dire o pensare. Ultima, ma non per importanza, la sensazione deprimente di essere gli unici a non sapere come si fa, che in fondo sia facile trovare soluzioni, che le persone normali ce la fanno da sole e soprattutto che il mondo là fuori è pieno di genitori adeguati con figli adeguati (‘forse la cicogna mi ha rifilato il bambino sbagliato, o forse sono io il genitore sbagliato’). Ma non è così.
Adesso l’età in cui si hanno bambini si è spostata e quando arrivano i figli si hanno più certezze, più schemi mentali. Si ha un’idea chiara di sé ed è forte la paura di sbagliare ed esser criticati.
Anche quando si chiede un consiglio, lo si fa in modo ambivalente: ho un problema, sto sbagliando qualcosa, datemi nuove prospettive…ma non sono pronto del tutto ad accettare ciò che gli altri hanno da dire. Molto probabilmente farò qualcosa, se lo farò, nel modo sbagliato. In realtà chiedendo un parere spesso si cerca una conferma a ciò che abbiamo già in mente, per continuare a pensare che non è colpa nostra.
D’altro canto, fare qualcosa che non sentiamo rende false le nostre azioni agli occhi dei bambini che, grandi osservatori, sanno come siamo normalmente. Se agiremo in modo diverso dal solito, senza esserne troppo convinti, i bambini saranno perplessi e si metteranno sulla difensiva, chiudendo ogni possibilità.
Allora che si fa?
Il metodo più giusto per risolvere un problema, se c’è, è valutare tutto attentamente. E poi pensare e sentire cosa accade dentro di sé. Le emozioni ci rendono umani, non sono inciampi indesiderati. Ci si può mettere nei panni del bambino e vedere, sentire, come ci si sentirebbe al posto suo, quali emozioni verrebbero fuori.
Una volta in casa abbiamo perso un telecomando. Abbiamo ribaltato casa per giorni finché non mi sono chinata (mio figlio aveva poco più di un anno) e ho guardato il mondo dalla sua prospettiva…in meno di 5 minuti, voilà! Eccolo lì, appoggiato sui libri del primo ripiano in basso della libreria! Continuando a guardare il mondo dalla prospettiva di un adulto, era assolutamente invisibile. E accade lo stesso in questo caso. Guardando il mondo coi loro occhi, all’improvviso possono emergere nessi sconosciuti.
Ma questo lo si può fare se si è ben allenati a guardare le emozioni dentro di noi, perché solo questo ci rende più sensibili e ricettivi anche verso quelle di un altro. Se occorre, è in questo che si può essere aiutati, nel guardarsi dentro per vedere cosa vien fuori.
Ogni coppia genitore-figlio è unica. Solo abbandonando le idee precostituite su come ognuno dovrebbe essere e comportarsi, e ascoltando sé e l’altro si può trovare una soluzione che calzi a pennello. Ci sono molti modi per gestire una situazione, ma solo pochi andranno bene per quel genitore e per quel figlio in quel preciso momento. E ne vale
la pena di cimentarsi, perché la fatica che si fa per capire e capirsi consente di continuare a crescere come esseri umani, a qualunque età e qualunque sia il nostro ruolo.

Bibliografia:
Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1987.