Pulizie di primavera interiore

Pulizie di primavera interiore

Negli ultimi anni va tanto di moda far “decluttering” ossia svuotare l’armadio, o casa in generale, tenendo solo l’essenziale o ciò che ha un senso continui ad esserci.

Io lo faccio occasionalmente e l’effetto finale mi piace, mi sento soddisfatta e sollevata.

Stavolta però le cose sono andate al contrario, nella sequenza temporale, e mi hanno dato da pensare.

E’ facile tirar fuori, selezionare e dar via quando non ci sono grandi implicazioni interiori. In altri casi può esserci un blocco e prima di fare qualunque cosa, occorre lavorare su di esso, altrimenti è tutto inutile (magari si ottiene un risultato, ma sarà molto limitato nel tempo).

Nel mese di giugno ho partecipato ad una serata di Stesi dalle Tesi (www.stesidalletesi.it). Mi sono divertita tanto a raccontare la mia tesi di laurea a degli sconosciuti, che hanno reagito con curiosità e interesse. E’ stato un po’ strano, sono rimasta positivamente colpita da tutto ciò, anche perchè erano anni che non parlavo della mia tesi.

L’ho fatta partendo da una mia idea, ho faticato nel trovare una bibliografia che potesse fornirle una solida base teorica iniziale (ho passato settimane in biblioteca dipartimentale a sfogliare volumi cartacei ancora non digitalizzati), ho somministrato test standardizzati e un paio di strumenti creati ad hoc (e testati da me su miei amici-cavie), ho cercato attivamente (e fisicamente) il campione di persone su cui basare la mia ricerca (e a volte le persone mi hanno mollato a metà test) ed alla fine ho trovato incredibili risultati statistici che confermavano la mia ipotesi iniziale.

Dopo la discussione della tesi il professore con cui mi sono laureata mi ha inserito tra i suoi assistenti e mi ha proposto di scrivere un articolo scientifico sul lavoro effettuato e gli straordinari risultati ottenuti. Una figata, eh? Già.

Una grande gioia…a cui è seguita tanta frustrazione perchè di settimana in settimana il mio articolo aveva sempre qualcosa che non andava…mancava la parola giusta, anzi, no, era meglio quella della settimana precedente, era troppo corto, poi no, no, troppo lungo, quindi i colori dei grafici non piacevano al professore… finchè dopo mesi non c’è stata una battuta d’arresto: mi stavo trasferendo in un’altra città e per il professore era troppo “impersonale” continuare a confrontarci via internet sull’articolo. Volendo, potevo lasciargli i miei dati e ci avrebbe pensato lui a pubblicare l’articolo. Ovviamente ho rifiutato questa opzione con immenso disappunto e mi sono dedicata al mio trasloco.

A giugno, dopo Stesi dalle Tesi, alla prima occasione di vacanza nella mia città d’origine, sono salita nella soffitta di mia madre, come presa da un raptus, e dopo ben 17 anni ho fatto una selezione massiva degli ultimi libri di università rimasti e dei vestiti finiti lì nel famoso trasloco dopo la laurea.

Ciò che può essermi ancora utile o a cui sono particolarmente affezionata l’ho tenuto (1 scatola totale su 7 iniziali), il resto è uscito di casa ed andato verso nuovi lidi. Finalmente!

Non è che mia madre in questi 17 anni non mi abbia mai ricordato che c’erano quelle 7 scatole, tutt’altro. Solo…non avevo mai tempo, voglia, energie. Qualcosa in me non riusciva ad andare oltre, era come congelato. Non buttare era un modo per restare ancorata alla mia tesi, al periodo precedente ma anche alla frustrazione sperimentata successivamente.

Parlarne di nuovo, trovare persone interessate mi ha aiutato a mettere le mani in un processo che sotto sotto mi dava ancora dolore e chiudere il cerchio. Ho voltato pagina e sono andata oltre creando spazio fisico, ma soprattutto mentale.

Tornando all’argomento iniziale, la dinamica del disordine e la tendenza ad accumulare, emerge prepotente il concetto di Difesa. Cos’è una difesa in termini psicologici? E’ un prendere le distanze da qualcosa di doloroso per non soffrire oltre. Esistono diversi tipi di difese e non è semplice il nesso che si instaura tra le varie situazioni in cui ci imbattiamo e le strategie che usiamo per uscirne il meno ammaccati possibile. Tutto sommato lasciare degli scatoloni chiusi in soffita, anche se per 17 anni, non ha portato a conseguenze gravi (neanche per mia madre che me li teneva) ed ogni giorno mettiamo in atto comportamenti che mettono qualcosa di difficile gestione in stand-by. Non è un delitto e non è da debosciati farlo.

Però bisogna ricordare una cosa: restare vincolati ad una situazione ci ancora alle emozioni che vi sono collegate, nel bene come nel male (sia quelle positive, sia quelle negative) e ci impedisce di farne emergere di nuove. Semplicemente perchè non c’è spazio per loro, proprio dentro di noi: continuano a distrarci dalla nostra attuale vita e ci impediscono di vivere bene il momento presente, facendoci fare gaffe, errori e perdere occasioni.

Lasciamo che le cose fluiscano, vadano via tenendo solo ciò che c’è di buono, positivo e costruttivo. Io ho tolto dalla mia vita 6 scatoloni di roba di cui non avevo più bisogno da un bel po’, ed è stato bellissimo, liberatorio.

PS. I dati della mia tesi non li ho toccati. Ho ancora tutto il cartaceo e perfino i floppy disk con le elaborazioni statistiche. Al di là del lato affettivo, non si sa mai cosa può capitare quando ricrei dello spazio nella vita. 😉

bibliografia

Anna Freud, L’io e i meccanismi di difesa, editore Martinelli, Firenze, 1967

Come ti vedo? Cosa mi permetti di vedere (di te)?

Come ti vedo? Cosa mi permetti di vedere (di te)?

La settimana scorsa sono andata ad un barbecue con la mia famiglia. Eravamo in un giardino privato e varie persone erano addette ai ‘fuochi’ quando mio figlio ha puntato gli arrosticini. A lui piacciono tanto e ne voleva, ma erano ancora crudi e toccava aspettare. Intanto la persona addetta agli arrosticini ha iniziato ad interagire con noi, per spiegare la cottura ed aiutare il bambino a portar pazienza. Mi ha fatto una bella impressione e in seguito ho interagito con lui altre volte, mentre continuava a controllare che non bruciassero, fermo, in piedi e appoggiato a qualcosa.

Solo verso la terza volta che mi sono ritrovata lì a parlarci ho scoperto che…mancava qualcosa: in seguito ad un incidente ha perso una gamba.

Sono rimasta un bel po’ turbata. Non per il fatto in sé, ma perché per la prima mezz’ora non mi sono minimamente resa conto di questa cosa, che non era affatto nascosta. A volte posso essere un po’ stordita, ma possibile che non abbia notato una cosa simile?

E’ possibile: la percezione non è un semplice processo a senso unico. Qualcosa arriva sui nostri organi di senso, integriamo interiormente le varie informazioni ed abbiamo una riproduzione interna, oggettiva, di ciò che c’è davanti a noi. No non funziona così. Non è così semplice.

Korzybski avrebbe detto che la mappa non è il territorio. In base a ciò che orienta la nostra attenzione, delle cose saranno messe in evidenza ed altre tenderanno a cadere in una sorta di zona cieca, spariscono, perchè non fanno parte del quadro che ci siamo appena costruiti della situazione. Partecipiamo attivamente, ma inconsapevolmente, alla costruzione dell’immagine interna (quella che viene riprodotta dentro la nostra mente) di ciò che abbiamo davanti.

Cosa è successo nel mio caso? Non mi sono limitata ad osservare ma, come fanno tutti, tutti i giorni, qualcosa dentro di me ha osservato me che interagivo con qualcosa – qualcuno – di esterno, e traeva le sue conclusioni.

Ok, mi sono detta, ma possibile che sia tutta farina del mio sacco? E continuavo a non mettere a fuoco qualcosa…l’esterno! Ecco cosa avevo lasciato fuori! Non ho interagito con un albero, ma con un altro essere umano, che in qualche modo può aver contribuito alla mia percezione…diciamo parziale.

Presa dal dubbio, l’ho contattato e gli ho chiesto se gli fosse già capitato che altre persone “non avessero visto” la sua disabilità. Matteo (Cavagnini www.facebook.com/matteofive) mi ha risposto in modo molto semplice.

Lui è il capitano della squadra di basket paralimpica italiana (Santa Lucia Basket www.santaluciabasket.org) ed ha imparato a venire a patti con la sua disabilità. L’ha accettata. E la sua accettazione è tale che effettivamente altre volte è capitato che delle persone non abbiano notato nulla e/o abbiano dato per scontato che lui fosse fisicamente normodotato.

Ripensando a me, a ciò che mi è arrivato all’inizio, ho capito che ho avuto l’immagine di un uomo tranquillo, rilassato e sicuro di sé. Era appoggiato ad una stampella, ma con la stessa postura di una persona qualunque col gomito sul bancone di un bar. Nulla in me ha fatto scattare un “ti aiuto, faccio io” come altre volte, in altri contesti e con altre persone.

La percezione può essere influenzata anche dalle esperienze passate (eh, il discorso si fa apparentemente sempre più complicato)…se un certo tipo di contesto non si riproduce, non vedo certe cose tipiche di quel quadro. In questo caso non ho avuto la percezione di qualcuno che avesse bisogno di essere aiutato e si può dire che la mia testa si è subito settata sull’immagine di una persona normodotata.

Non ho visto qualcosa che per lui non è più un problema. E mi ha raccontato che è fondamentale, questa accettazione. Prima arriva, nei nuovi casi (persone che hanno appena subito una perdita analoga), e meglio è. Non si tratta di abbattersi passivamente perché certe cose non si potranno più fare, ma di capire che la propria vita ha ancora tante risorse da mettere in gioco. Si chiudono delle alternative, ma se ne aprono altre e si scoprono capacità inaspettate che altrimenti sarebbero rimaste inutilizzate. La vita non è data semplicemente da ciò che ci capita – spesso tra capo e collo – ma da come reagiamo, da che senso diamo a ciò che ci capita. Questo determinerà come sarà la nostra vita e cosa vi metteremo dentro.

Tornando al discorso sul come percepiamo ciò che ci circonda, la nostra vita è una mappa che possiamo costruire ogni giorno, non semplicemente il territorio che troviamo già pronto. E in base a come costruiamo questa mappa, avremo infiniti percorsi per esplorare e vivere nel mondo.

Grazie Matteo. E Forza Santa Lucia Basket! 😉

Bibliografia

Bateson G., Mente e natura, Adelphi Edizioni, Milano, 1984

Bateson G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi Edizioni, Milano, 1976

Malagoli Togliatti M. Telfener U. (a cura di), Dall’individuo al sistema, Bollati Boringhieri editore, Torino 1991

Ruggieri V., L’esperienza estetica, Armando Editore, Roma 1997

Propositi per il nuovo anno

Propositi per il nuovo anno

E’ cominciato un nuovo anno e siamo punto e a capo sul solito mettersi dei propositi: le cose da realizzare entro l’anno, dalle più semplici a quelle col vago sapore di utopia.

Cos’è un proposito? La parola viene dal latino, propositum, ossia “cosa posta avanti”. Nel vocabolario trovo “ferma intenzione (in quanto determina la volontà ed il comportamento)”.

Non so com’è per le altre persone, ma per me questo termine ha un po’ perso il suo significato originario.

Tutti gli anni, anche se tendo a “ricominciare da adesso” senza che vi siano calendari a ricordarmi di farlo, ormai ci sono quei 2/3 propositi che arrivano direttamente dall’anno prima, il quale a sua volta li aveva ereditati intonsi dall’anno precedente.

Come mi sento rispetto a questi obiettivi ancora da conseguire? Non molto soddisfatta di me stessa. Perchè se non li ho realizzati (e non mi ci sono neanche avvicinata) evidentemente non mi sono applicata abbastanza per il loro conseguimento.

Prima di parlare d’altro vorrei precidare due cose:

– Ognuno di noi osserva il mondo attraverso particolari schemi che ci aiutano a concepire ciò che accade. In base a tutto ciò, inconsapevolmente, scegliamo cosa metter in evidenza e cosa escludere dal nostro panorama. In modo indiretto, quindi, decidiamo come agiremo, quali obiettivi ci porremo e che tipo di “combattente” saremo: quello che “ancora spera di vincere o uno che non ha speranza di vincere ma cerca di perdere nella maniera meno grave possibile” (Maslow).

– Quando vogliamo realizzare un desiderio, il nostro obiettivo non è davvero quello, ma ciò che rappresenta, dove intendiamo arrivare dopo averlo realizzato. Inoltre, per arrivare allo stesso obiettivo finale, si avrà un differente desiderio (inteso come punto di partenza) in base al momento storico, alla propria indole ed alla cultura (o subcultura) di appartenenza. Se, ad esempio, si desidera avere più soldi, non è per i soldi in sè, ma per acquistare qualcosa che fa raggiungere un altro livello sociale o per accrescere l’autostima. Ed in base alle caratteristiche personali o al gruppo di appartenenza si tenderà a pensare che i soldi si possono ottenere con una rapina in banca oppure con un nuovo incarico accademico.

Per tornare a noi, c’è qualche speranza di riuscire a realizzare qualcosa? Cosa si può fare per riuscire nel proprio intento?

Occorre:

Prendersi la responsabilità di ciò che si vuole ottenere e smettere di esprimere desideri come se si stesse cercando stelle cadenti in una notte d’estate, dando per scontato che poi le cose si realizzaeranno da sole.

Capire dove si vuole arrivare davvero: cosa c’è dietro il mio obiettivo? Siamo sicuri che il mio proposito sia l’unica strada giusta per arrivare a ciò che voglio? Magari si può realizzare la stessa cosa seguendo altri percorsi , non per forza più facili, ma più adatti al proprio modo di essere. E dopo, valutare e scegliere di conseguenza.

Prendere nota di tempi e piccoli step attraverso cui passare (le cose non si realizzano dall’oggi al domani).

– Fare e rifare periodicamente il punto della situazione. Senza drammi, ma con onestà e serietà.

Partiamo da me. Tra I vari propositi vorrei dimagrire ma, visto che non ci riesco, davvero ho questa intenzione o sotto sotto qualcosa dentro di me si oppone a questa prospettiva? Facciamo che inizio cercando di comprendere cosa vorrei ottenere, a livello profondo, perdendo peso.

E voi? Avete già stilato la lista dei vostri propositi per il nuovo anno? Ci sono tutte voci nuove o qualcuna è in eredità dall’anno scorso?

Bibliografia

Kelly G.A., La psicologia dei costrutti personali, Raffaello cortina Editore, Milano 2004

Maslow A.H., Motivazione e personalità, Editore Armando Armando, 1973

Le feste sono gli anniversari del cuore.    H.W.Longfellow

Le feste sono gli anniversari del cuore. H.W.Longfellow

Le feste in famiglia, se non emergono grandi problemi, creano risorse profonde dentro i bambini. In queste ricorrenze si può sperimentare un grande calore che in seguito verrà associato in futuro allo stesso periodo o a situazioni simili. L’essere umano prova angoscia al pensiero di essere abbandonato, soprattutto da piccolo. Vedere riuniti familiari ed amici dà una bella sensazione al bambino: se dovesse accadere qualcosa ai genitori, c’è lì qualcuno che potrebbe accoglierlo e prendersi cura di lui. E questa sensazione, soprattutto se l’esperienza si ripeterà, andrà a formare un nucleo di fiducia all’interno del bambino che lo aiuterà una volta divenuto adulto.

Stefi Pedersen, una psicoanalista, nella Seconda Guerra Mondiale condusse dei bambini ebrei in una traversata delle alpi che separano la Norvegia dalla Svezia, in inverno, per salvarli dalla deportazione. Una situazione non facile. I bambini erano arrivati in Norvegia da altre zone dell’Europa, erano profughi, quindi sapevano già come comportarsi e cosa fare: portare soltanto l’essenziale, uno zaino col cibo necessario per arrivare fino a destinazione e per vestiti solo quelli che indossavano.
Arrivati in Svezia, la Pedersen notò una cosa singolare: in fondo agli zaini, ormai vuoti, ognuno aveva qualcos’altro. Non erano oggetti preziosi, erano semplici decorazioni dell’albero di Natale, alcune fatte di cartone e stagnola (erano ebrei non praticanti, Natale per loro era una festa della famiglia, senza implicazioni religiose).
Possibile che bambini già abituati a lasciare tante cose dietro di sé, per dare la precedenza all’essenziale, avessero scelto di portarsi dietro oggetti simili? Sì. Quegli oggetti parlavano loro di momenti in cui si erano sentiti felici e al sicuro, erano la rappresentazione dei momenti buoni della vita, e davano loro la speranza che altrove, pur non sapendo ancora dove, avrebbero avuto altri alberi di Natale ad attenderli, altri momenti buoni. Erano ricordi che li avrebbero aiutati ad attraversare le avversità della vita con fiducia.

Ovviamente, è altrettanto vero il contrario: se in queste occasioni sono state sperimentate perdita, solitudine o frustrazione, sarà più probabile che da adulti si assoceranno queste ricorrenze a malinconia ed angoscia, una sorta di “depressione da evento” che riporterà a galla antiche ferite. E tornerà la paura di essere presenze non gradite.

Adesso veniamo a noi. Siamo adulti. Comunque siano stati i nostri Natali passati, siamo sopravvissuti abbastanza bene, almeno fisicamente, e siamo lontani da guerre. Cosa dovrebbe preoccuparci in questo periodo? Nulla, a parte le vacanze in cui affrontare clan familiari con cui non a caso di solito non interagiamo.
Cosa si può fare? Si parte per un paese lontano o si simula un malore? La fuga è sempre una soluzione, ma a lungo andare può essere stancante. Qualora si scelga di non fuggire, ecco alcuni spunti di riflessione o dritte per arrivare meno ammaccati possibile fino all’Epifania:

  • Ascoltarsi bene per capire cosa si vuole, e, qualunque strategia si scelga di portare avanti, capire perchè e per chi lo si fa. Con una maggiore consapevolezza, le situazioni si affrontano in modo diverso: si sceglie in modo attivo e non si subisce ciò che ci accade.
  • Ricordare che anche se i nostri parenti più o meno acquisiti non hanno modi che si sposano alla perfezione con il nostro sentire… quello è il loro modo di fare consueto, e non qualcosa di dedicato a noi. Noi inciampiamo in ciò che per loro è un normale modo porsi all’altro.
  • Giocare d’anticipo con ironia: all’inizio del pranzo/cena si può prendere la parola per dire “Quest’anno sono ancora single, no, non cè nessun bambino in arrivo, la mia carriera è ancora ben lontana dall’esser definita brillante, vivo ancora nella casa dell’anno scorso, e come tutti possono notare non ho fatto alcuna dieta dimagrante. Quindi attenzione perché potreste dirmi le stesse cose dell’anno scorso (e come l’anno scorso non ascolterei i vostri mille consigli)”. Per agevolare gli scambi, potete suggerire eventi o situazioni nuove su cui potreste dilungarvi piacevolmente con racconti epici.
  • Se proprio critiche ed interrogatori si fanno pressanti e non avete giocato d’anticipo, potete sempre:
    elargire sguardi eloquenti;
    – spiegare tranquillamente ciò che si prova e che può essere frustrante subire un interrogatorio su alcuni aspetti della propria vita;
    convogliare l’attenzione su qualcos’altro di interessante che vi è accaduto;
    – coinvolgere nella conversazione qualcuno che possa spalleggiarvi (questo essere umano c’è sempre da qualche parte)
  • Per arrivare in fondo alle giornate (nel caso si sia lontani da casa propria e non ci sia la possibilità di afferrare la valigia dopo il pasto pantagruelico) ci si può (deve) distrarre con boccate d’ossigeno più o meno metaforico:
    – fare telefonate agli amici per commentare e sdrammatizzare il mal comune dei clan familiari;
    – ritagliarsi del tempo per sé per andare in giro e chiacchierare con gente amica

Voi cosa farete? Come andranno le vacanze?
Io, intanto, sul mio albero di Natale ho già puntato una renna dipinta dalla inconfondibile mano espressionista di mio figlio. La metterò in valigia come buon auspicio sugli incontri, sull’autenticità nei rapporti umani e sulla buona digestione di tutto ciò che mangerò.

Bibliografia:
Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1987.

Ti conosco, Mascherina!

Ti conosco, Mascherina!

 

Telefonata. Una mia amica è un po’ in crisi. Ha fatto mille cose andate bene nelle ultime ore. Ma è certa che sia stata solo fortuna, il caso, ad avvantaggiarla ed è convinta che qualcosa stia per andare storto e tutti si accorgeranno che le sue attività fanno acqua da tutte le parti.

La conosco bene. Non è così. È brava ed è la tipa che la sera mette a dormire le sue bimbe e poi riaccende il computer per mettersi a studiare qualcosa che non padroneggia ancora in modo perfetto o per approfondire un aspetto marginale del suo lavoro che ancora le sfugge.

Mi chiedo perché faccia così. Semplice insicurezza? Mi sembra troppo poco e comunque, quando manifesti questo aspetto, non hai paura di essere smascherato. Ti limiti a sperare che tutto vada bene per non far brutte figure. Non temi di essere “scoperta”.

Approfondisco e mi imbatto nella Sindrome dell’Impostore.

Ma come? Sei una psicoterapeuta e non sai a memoria tutti i disagi umani?”

No, non li conosco proprio tutti tutti, e sono sempre in tempo per documentarmi.”

La dinamica è stata analizzata per la prima volta nel 1978, nell’articolo di due ricercatrici (Pauline Rose Clance e Suzanne Imes) e negli ultimi 40 anni si può dire che non ci sono state particolari variazioni.

Si tratta di un disagio che colpisce le donne nella maggior parte dei casi. In parte c’è anche una sorta di substrato culturale e di genere alla base della sua insorgenza.

Le persone che manifestano questo problema, nonostante i grandi traguardi accademici e professionali ottenuti, si sentono sopravvalutate, poco intelligenti e credono di aver raggirato chiunque non la pensi così sul loro conto. In virtù di questa loro credenza, vivono nell’angoscia che qualcuno si svegli e capisca di esser stato truffato.

Due differenti storie familiari sembrano essere alla base di tutto ciò.

Nel primo caso, nel contesto vitale c’è l’idea, sbagliata, che il brillante della famiglia sia un altro, e che la persona che svilupperà il disagio deve essere competente nelle relazioni sociali, non può eccellere per intelligenza. Da un lato lei fa suo questo stereotipo, dall’altro cerca comunque di eccellere nello studio e a livello professionale, ritrovandosi nel bel mezzo di un conflitto interiore.

Nel secondo caso, fin dall’infanzia è stato passato il concetto che non c’è nulla in cui la persona non riesca. E’ perfetta sotto ogni punto di vista, a prescindere.

Ovviamente nessuno è perfetto, e con l’inizio della scuola si comincia a capire che ci sono discipline in cui per essere bravi, bisogna faticare. In quel momento, visto che c’è l’assunto che se si è perfetti, lo si è senza sforzo, la persona comincia a dubitare delle proprie capacità, tutte. Fino a dubitare anche del giudizio dei genitori, e visto che non sono stupidi o impazziti, il portatore del disturbo ritiene di averli raggirati.

Torniamo alla mia amica. La richiamo e le chiedo della sua famiglia, quando era piccola. No. Non c’era nessun altro di brillante a prescindere e lei non era perfetta per i suoi genitori, tutt’altro. Ricorda che la madre si lamentava del suo eccesso di entusiasmo e del fatto che non portava nulla a termine. Solo da grande, non da molto, ha capito che non è vero che non porta a termine ciò che comincia… Quando l’ha realizzato, si è sentita molto sollevata.

Cosa si può fare per uscire da questo circolo vizioso in cui non si crede di essere abbastanza intelligenti, si lavora duro e conseguono traguardi per cui non si pensa di essere adeguati, e si continua a lavorare sempre più duro col terrore di essere “scoperti”?

A livello di terapia, il campo d’elezione è certamente quella di gruppo, perché offre un confronto costante, ma ci sono strategie che possono aiutare almeno a riflettere un po’ su se stessi:

  • Non prendersi troppo sul serio, perché nessuno è perfetto e tutti possono sbagliare. Può capitare, e non è il caso di farne un dramma

  • Dirsi, ad alta voce “Sono brillante!” e vedere che effetto fa. Ci si sente arroganti, snob, esibizionisti o, in caso di donne, poco femminili? Questo offre spunti su cui riflettere ulteriormente.

  • Nel caso in cui si ritiene di aver conseguito i propri obiettivi attraverso il proprio fascino o compiacendo gli altri, cambiare impostazione e provare a dire ciò che si pensa, anche se è controcorrente, e vedere cosa accade. E’ possibile che non accada nulla di negativo.

  • Contattare chi ha già lavorato con noi, chiedendo espressamente cosa pensino di noi e delle nostre capacità. Si potrebbe scoprire di essere piacenti, socievoli, ma anche intelligenti.

  • Mettere per iscritto ciò che si pensa di sé, fino in fondo, anche esagerando un po’ su alcuni punti. Da un lato si ‘intrappola nella carta, all’esterno’ il disagio e lo si può guardare prendendo un po’ le distanze, dall’altro chissà che rileggendo quanto scritto non si sorrida un po’ di se stessi.

Ma la mia amica come lo gestisce il problema? Quale strategia le offre maggiori vantaggi?

Gliel’ho chiesto, lei ci ha pensato su e poi mi ha detto “Parlarne con altre persone. Condividere le mie sensazioni. Perché da un lato scopro di essere meno sola, visto che altri hanno il mio stesso disagio, e dall’altro, mentre ascolto le insicurezze infondate degli altri, mi viene in mente che anche le mie sensazioni possono essere lontane dalla realtà.”

Questa strategia mi è piaciuta, ringrazio di cuore la mia amica e… chissà che non possa tornare utile a qualcun altro.

Bibliografia

Clance, P. R., & Imes, S. A. (1978). The imposter phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 15(3), 241-247

Chi ha tempo, non aspetti tempo

Chi ha tempo, non aspetti tempo

Parliamo un po’ di procrastinazione. No, non è una brutta parola, e non porta sfortuna pronunciarla ad alta voce. È il prendere tempo e rimandare qualcosa. Per carità, tutti lo facciamo di tanto in tanto, non è grave. Il problema è che si solito rimandiamo ad altri momenti, migliori, più tranquilli, in cui saremo meglio predisposti. Ma a volte l’idea che presto faremo o saremo in-grado-di, senza fare nulla nel mezzo, è solo un’illusione, una fantasia.

Di solito io ho il blocco iniziale da schermo bianco, quando devo scrivere qualcosa di particolare. Lo so, lo so, che dobbiamo fare? Nessuno è perfetto.
Perché non voglio scrivere? Forse ho solo paura di dire cose sbagliate, a sproposito, scontate e che non diano alcun valore aggiunto a chi legge…quindi, resto in silenzio e mi dedico ad altro. So che dovrei scrivere, che è passato già un mese dall’ultimo articolo e non posso rimandare oltre. Allo stesso tempo penso che sono la solita debosciata ma anche che tutto sommato non ho tempo, idee…
Per ovviare a questo, ho tutta una serie di escamotage che mi aiutano a scavalcare il problema, almeno apparentemente. Uno di questi è cominciare a scrivere mentre sono in giro e mi sento particolarmente ispirata, con una App sul cellulare che mi consente di prendere e memorizzare appunti. Due settimane fa ho iniziato un articolo, l’ho impostato quasi fino alla fine, mi sono compiaciuta ma non ho salvato ulteriormente il lavoro fatto. Dopo due giorni la App ha avuto un aggiornamento e non è stata più accessibile.
Tralasciando scoramenti e tentativi di soluzione vari quanto inutili, c’è stato un momento in cui mi sono detta “ok, e adesso che faccio?”. Ho preso tempo, pensando che avrebbero messo a posto il baco ed avrei recuperato il mio articolo. Non è andata così. Hanno aggiornato ulteriormente la App ed ho perso tutti i miei dati.

Nella vita pensiamo spesso “domani è un altro giorno, domani ci penserò!” ma non siamo tutti Rossella O’Hara, e tutto sommato manco lei per centinaia di pagine ci ha pensato a cosa fare con la situazione che lì per lì non sapeva come gestire.
Tante volte, mi auguro non tutti i giorni, ognuno di noi è di fronte ad una situazione su cui dovrebbe mettere mano e non lo fa, perdendo tempo, occasioni e voglia di farcela. Perché?

Le persone che tendono a rimandare hanno alcune caratteristiche in comune:

– Perfezionismo
– Senso di inadeguatezza
– Ansia e timore del fallimento
– Bassa tolleranza per le frustrazioni
– Bassa motivazione
– Cattiva gestione del tempo
– Tendenza ad attribuire all’esterno la responsabilità di ciò che accade nella propria vita
– Tendenza a fantasticare
– Tendenza a giustificarsi

Molte di queste voci sono legate alla paura del giudizio altrui. In ognuno possono articolarsi in modi particolari, ma sono tutte collegate. L’idea del giudizio fa salire l’ansia di fallire e fuggire dalla responsabilità diretta nei confronti di ciò che accade, accampando scuse sul motivo per cui rimandiamo senza agire. Il tutto raccontandosi che in un ipotetico momento futuro si agirà a dovere, avendo successo e approvazione dagli altri.

Magari siamo rimandatari professionisti, ma non facciamone una tragedia. Cosa si può fare per bloccare questo circolo vizioso che ci fa rimandare e perdere occasioni e autostima, alimentando l’idea che non c’è niente da fare?

Qualcosa possiamo tentare: lavorare sugli obiettivi e

– Iniziare da subito
– Preparare una to-do list, una lista delle cose da fare, definendo obiettivi e azioni precise
– Individuare le priorità, facendo il punto della situazione ogni giorno
– Mettere obiettivi alti ma raggiungibili
– Scomporre ogni obiettivo in tante piccole parti che contemplino ricompense tangibili ad ogni traguardo, anche piccolo, raggiunto. Per riconoscere e dare valore ai risultati ottenuti.

E se l’ansia è tanta, non si sa da dove cominciare o quali obiettivi mettersi? No problem, possiamo sempre parlarne insieme.

Intanto io, cosa faccio con l’articolo? Ormai è perso nei meandri del mio cellulare e nebuloso nella mia mente. Decido di andare oltre. Rilancio ed uso questa disavventura in modo costruttivo, dando un senso a qualcosa che apparentemente non ne aveva.
E dopo avere scritto il nuovo articolo sul cellulare, lo mando anche alla mia casella di posta elettronica e lo lascio in memoria, perché non si sa mai nella vita cos’altro può succedere…

Bibliografia
C. Loriedo, Procrastination. Le invisibili sofferenze personali e relazionali nell’uso irrazionale del tempo, seminario Roma, 19/01/2009