Il navigatore per arrivare prima…ma forse nel posto sbagliato

Il navigatore per arrivare prima…ma forse nel posto sbagliato

Tempo fa mi sono ritrovata a parlare con un’altra mamma al parco. Mio figlio è abbastanza temerario e si arrampica dappertutto, anche se con criterio (almeno finora…). Il figlio di quest’altra donna voleva seguirlo e fare qualcosa che per lei era pericoloso, quindi “No, non farlo! Mi fa preoccupare vederti fare questa cosa, e tu non vuoi che io mi preoccupi, vero?”

Obiettivo raggiunto! Il bambino ha desistito immediatamente.

Poi, rivolta a me “Sono fiera di come ho impostato la sua educazione! Gli comunico il mio stato d’animo e lui, per non farmi star male, non fa ciò che non deve fare. Lo aiuto a mostrare empatia verso gli altri.”. Io sono rimasta basita, ma per quieto vivere non ho detto nulla. Non ero abbastanza in confidenza per comunicarle la mia opinione in merito.

‘Avere una reazione empatica significa sforzarsi di metterci nei panni dell’altro, così che i nostri sentimenti ci facciano intuire non soltanto le sue emozioni, ma anche le sue motivazioni. Significa comprendere l’altro dall’interno, non dall’esterno […]'(Bettelheim)

Possiamo capire le emozioni di un’altra persona se le abbiamo già provate dentro di noi, ed abbiamo imparato a mettere tra noi ed esse (le emozioni) la giusta distanza, quella necessaria per guardarle da fuori e riconoscerle.

Il bambino, a 4-5 anni, è ancora piccolo per guardarsi dentro, non riesce ancora a capire bene cosa si muove dentro di lui, figuriamoci dentro qualcun altro.Attenzione, non dico che non si può parlare di emozioni ad un bambino, anzi. Semplicemente in questa fase si può aiutarlo nel riconoscimento di ciò che accade dentro di lui, in ‘pancia’, mettendo da parte le pance degli altri, che aggiungerebbero solo confusione. Gli adulti hanno un ruolo importante e delicato, perché occorre mettersi da parte e non dare indicazioni che si sovrappongono al loro sentire, altrimenti le loro emozioni restano delle incognite sotterranee che ogni tanto esplodono lasciando perplessi e impotenti.

La mamma che ho incontrato aveva certamente le migliori intenzioni, ma le sue parole insegnavano altro: a fare qualcosa per dare un piacere o togliere un dolore a qualcun altro. In altre parole il bambino impara a compiacere senza comprendere cosa sente e cosa vuole. Questo non è un dettaglio irrilevante. E’ qualcosa che forgerà e incasellerà molte cose che arriveranno anche dopo, negli anni.

Più o meno consapevolmente ogni genitore vorrebbe che il figlio fosse uguale a lui, pensasse le sue stesse cose e le sentisse allo stesso modo. E quale modo più semplice se non quello di dargli una mappa già predisposta?

La vera vittoria sta nell’aiutarlo a trovare la sua strada, il suo percorso, affinché lui si costruisca la sua mappa. Mi viene un po’ da sorridere pensando a certi navigatori satellitari che non tengono conto del territorio ma solo della mappa. Spesso viene indicato come unico percorso una strada che si rivela essere una scalinata (ma siamo in auto), oppure favorita una soluzione senza tener conto di caratteristiche particolari (salite o discese) che possono rallentare notevolmente la tabella di marcia. Ecco, quando noi adulti diciamo ai bambini cosa devono sentire, ci trasformiamo in navigatori che dicono di andar per campi.

Il problema è che poi, se non si impara a gestire tutto il marasma che abbiamo dentro, non è che di punto in bianco, un bel giorno, ci si sveglia sapendolo fare. Una mattina ci si sveglia e non ci capisce se ciò che ci ha mosso la sera prima nel discutere col partner sia stata rabbia, vergogna, umiliazione o bisogno di esercitare potere sull’altro in un momento di debolezza. Ci si sveglia e c’è solo la sensazione che qualcosa sia andato storto, non si sa cosa. Invece di usare una mappa già pronta, sarebbe stato meglio perdere tempo ed energie nell’imparare ad orientarsi nello spazio, nel tempo, e perché no?, dentro di sé.

BIBLIOGRAFIA B. Bettelheim “Un genitore quasi perfetto”, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1987.

Chi ha tempo, non aspetti tempo

Chi ha tempo, non aspetti tempo

Parliamo un po’ di procrastinazione. No, non è una brutta parola, e non porta sfortuna pronunciarla ad alta voce. È il prendere tempo e rimandare qualcosa. Per carità, tutti lo facciamo di tanto in tanto, non è grave. Il problema è che si solito rimandiamo ad altri momenti, migliori, più tranquilli, in cui saremo meglio predisposti. Ma a volte l’idea che presto faremo o saremo in-grado-di, senza fare nulla nel mezzo, è solo un’illusione, una fantasia.

Di solito io ho il blocco iniziale da schermo bianco, quando devo scrivere qualcosa di particolare. Lo so, lo so, che dobbiamo fare? Nessuno è perfetto.
Perché non voglio scrivere? Forse ho solo paura di dire cose sbagliate, a sproposito, scontate e che non diano alcun valore aggiunto a chi legge…quindi, resto in silenzio e mi dedico ad altro. So che dovrei scrivere, che è passato già un mese dall’ultimo articolo e non posso rimandare oltre. Allo stesso tempo penso che sono la solita debosciata ma anche che tutto sommato non ho tempo, idee…
Per ovviare a questo, ho tutta una serie di escamotage che mi aiutano a scavalcare il problema, almeno apparentemente. Uno di questi è cominciare a scrivere mentre sono in giro e mi sento particolarmente ispirata, con una App sul cellulare che mi consente di prendere e memorizzare appunti. Due settimane fa ho iniziato un articolo, l’ho impostato quasi fino alla fine, mi sono compiaciuta ma non ho salvato ulteriormente il lavoro fatto. Dopo due giorni la App ha avuto un aggiornamento e non è stata più accessibile.
Tralasciando scoramenti e tentativi di soluzione vari quanto inutili, c’è stato un momento in cui mi sono detta “ok, e adesso che faccio?”. Ho preso tempo, pensando che avrebbero messo a posto il baco ed avrei recuperato il mio articolo. Non è andata così. Hanno aggiornato ulteriormente la App ed ho perso tutti i miei dati.

Nella vita pensiamo spesso “domani è un altro giorno, domani ci penserò!” ma non siamo tutti Rossella O’Hara, e tutto sommato manco lei per centinaia di pagine ci ha pensato a cosa fare con la situazione che lì per lì non sapeva come gestire.
Tante volte, mi auguro non tutti i giorni, ognuno di noi è di fronte ad una situazione su cui dovrebbe mettere mano e non lo fa, perdendo tempo, occasioni e voglia di farcela. Perché?

Le persone che tendono a rimandare hanno alcune caratteristiche in comune:

– Perfezionismo
– Senso di inadeguatezza
– Ansia e timore del fallimento
– Bassa tolleranza per le frustrazioni
– Bassa motivazione
– Cattiva gestione del tempo
– Tendenza ad attribuire all’esterno la responsabilità di ciò che accade nella propria vita
– Tendenza a fantasticare
– Tendenza a giustificarsi

Molte di queste voci sono legate alla paura del giudizio altrui. In ognuno possono articolarsi in modi particolari, ma sono tutte collegate. L’idea del giudizio fa salire l’ansia di fallire e fuggire dalla responsabilità diretta nei confronti di ciò che accade, accampando scuse sul motivo per cui rimandiamo senza agire. Il tutto raccontandosi che in un ipotetico momento futuro si agirà a dovere, avendo successo e approvazione dagli altri.

Magari siamo rimandatari professionisti, ma non facciamone una tragedia. Cosa si può fare per bloccare questo circolo vizioso che ci fa rimandare e perdere occasioni e autostima, alimentando l’idea che non c’è niente da fare?

Qualcosa possiamo tentare: lavorare sugli obiettivi e

– Iniziare da subito
– Preparare una to-do list, una lista delle cose da fare, definendo obiettivi e azioni precise
– Individuare le priorità, facendo il punto della situazione ogni giorno
– Mettere obiettivi alti ma raggiungibili
– Scomporre ogni obiettivo in tante piccole parti che contemplino ricompense tangibili ad ogni traguardo, anche piccolo, raggiunto. Per riconoscere e dare valore ai risultati ottenuti.

E se l’ansia è tanta, non si sa da dove cominciare o quali obiettivi mettersi? No problem, possiamo sempre parlarne insieme.

Intanto io, cosa faccio con l’articolo? Ormai è perso nei meandri del mio cellulare e nebuloso nella mia mente. Decido di andare oltre. Rilancio ed uso questa disavventura in modo costruttivo, dando un senso a qualcosa che apparentemente non ne aveva.
E dopo avere scritto il nuovo articolo sul cellulare, lo mando anche alla mia casella di posta elettronica e lo lascio in memoria, perché non si sa mai nella vita cos’altro può succedere…

Bibliografia
C. Loriedo, Procrastination. Le invisibili sofferenze personali e relazionali nell’uso irrazionale del tempo, seminario Roma, 19/01/2009

Da 2 a 3…e poi?

Da 2 a 3…e poi?

Al di là del romanticismo, due persone si mettono insieme per stare bene e imparare qualcosa l’uno dall’altro, ma una volta consolidato il legame, in modo più o meno consapevole ognuno comincia a preoccuparsi della lealtà nei confronti della propria famiglia d’origine.
Quella lealtà è un modo per riconoscere se stesso all’interno del contesto in cui si è cresciuti e può dar luogo ad un conflitto: da un lato ognuno cerca di apportare cambiamenti terapeutici alla propria famiglia d’origine, ma allo stesso tempo cerca di mantenervisi leale, fedele, e da qui possono derivare difficoltà all’interno della coppia.
A volte già è difficile stare in due e se arriva un figlio… la situazione si complica ulteriormente.
Nella coppia ci sarà da un lato lei, coi suoi sensi di colpa per esser completamente concentrata in una relazione esclusiva col bambino (spesso già dalla gravidanza) e la rabbia per la stanchezza ed il peso delle incombenze che sente su di sé, e dall’altro lui, con la sua sensazione di essere messo da parte e di essere l’unico a sostenere la situazione economica.
Se a tutto questo si aggiungono le famiglie d’origine attirate dall’emozione e dalla gestione del piccolo, il cerchio del caos arriva alla perfetta chiusura.
Cosa fare? E’ possibile trovare soluzioni che lascino tutti ragionevolmente soddisfatti?
Ogni situazione è unica, ma esistono delle buone prassi che possono allentare il conflitto e portare ad un nuovo assetto di coppia, più funzionale.
Eccone alcune.
– Abbandonare l’idea di poter essere partner e genitori perfetti. Si è quel che si è, e si cerca di fare del proprio meglio. Non c’è da fustigarsi se le cose non girano in modo perfetto. La soluzione migliore è togliere spazio alle recriminazioni e cercare di esternare il proprio vissuto per essere compresi e comprendere autenticamente l’altro.
Non fare confronti con gli altri, la loro vita e la loro gestione della vita a tre. Ognuno (ed ogni coppia, ogni famiglia) è unico. Si può cercare di comprendere quali sono i punti virtuosi delle altre coppie, ma ricordare sempre che ognuno porta con sé il suo carattere, il suo modo di vedere la vita, la sua educazione e le sue esperienze. Ciò che può funzionare perfettamente per qualcuno, può essere una soluzione ‘stretta’ per altri. Meglio trovare la propria strada, procedendo per prove ed errori, che ricalcare i passi di qualcun altro senza sapere bene dove condurranno.
Il senso di colpa è inutile se fine a se stesso. C’è un problema? Ok, cosa si può fare adesso? Cosa ha portato a quel problema? Cosa si può fare per risolverlo? Come  evitare che si ripresenti? Meglio trovare soluzioni condivise, che soddisfino la coppia ed il bambino. Chi non si sente rappresentato in una scelta, può boicottare più o meno consapevolmente il buon esito della stessa, quindi meglio impiegare più tempo, valutare bene tutti i punti di vista e dare/avere la giusta rilevanza all’interno del processo decisionale. Si può partire lesti in una direzione e fermarsi, rifermarsi, cambiare strada, tornare indietro, procedere in tondo e ritrovarsi al punto di partenza stanchi, scoraggiati e rancorosi l’un con l’altro.
Ri-conoscersi come coppia. Se il processo di lealtà nei confronti della propria famiglia di origine entra in conflitto con la nuova realtà di coppia e ancor più con la gestione del bambino, c’è la sensazione di stare con qualcuno di diverso dalla persona con cui si era deciso di stare insieme. Non si è più quelli di prima, ma non è detto che si sia peggiorati, anzi. Cercare di ri-presentarsi, ri-parlare di se stessi per dire all’altro come si è, e ri-cercare di sentire il cuore dell’altro e fare squadra. Parlare liberamente di cosa si prova e come ci ci sente, senza opprimersi e cercando di capire cosa prova e come si sente l’altro/a. Si fa parte di una squadra, ed occorre essere presenti ed uniti: per funzionare bene bisogna capire quali sono le risorse di ognuno e dove si è (come un giocatore che in campo fa mente locale, mentre il gioco va, su chi è dove e come può passargli la palla o tirarlo fuori d’impaccio e recuperare la palla).
Tener fuori le famiglie d’origine dalle decisioni riguardanti la coppia e quelle sulla gestione del bimbo. Se chiunque può arrivare e dire la propria (o peggio ancora, agire di sua iniziativa) si creano confusione, ansia, sensazione di essere scavalcati e rancore. Benvengano gli aiuti ed i consigli richiesti e costruttivi, ma attenzione a non lasciare troppo spazio (il vostro).

Parliamo e non ci capiamo

Parliamo e non ci capiamo

Mi ha chiamato un’amica, dopo un battibecco con il marito.
Le è parso che lui abbia fatto delle valutazioni negative su di lei, su dei punti in cui si sente vulnerabile e come risultato lei si è sentita offesa.
Spesso nelle relazioni di coppia si parla e non ci si capisce. Ognuno pensa, parla, ma le cose possono essere recepite in un altro modo dal ricevente e  andare ad alterare un equilibrio preesistente. Perché?
In una relazione, ciascuno dei due partner ha valori, stili ed aspettative personali sia riconosciute, sia inconsapevoli, che vanno conciliati con l’altro per rendere possibile la vita in comune. Deve esserci una negoziazione in cui ognuno perde un po’ di autonomia per andare incontro all’altro, ed acquisire il valore della relazione, dello stare insieme. Il risultato è un particolare modo di stare insieme, proprio di ogni coppia, con modi di agire e vedere il mondo che, oltre a fissare regole condivise su come ci si deve comportare all’interno della coppia, determineranno anche il modo di sentire se stesso e l’altro.
Ogni volta che si crea una discrepanza, la coppia dovrà evolvere e andare incontro ad un nuovo equilibrio, per soddisfare le richieste della nuova situazione.
Detta così sembra una sequenza semplice, lineare e indolore, ma non lo è.
Dopo l’iniziale innamoramento, scatta la fase in cui vengono al pettine vari nodi, personali, dalla propria famiglia di origine e che si creano all’interno della coppia. All’inizio non si comprende cosa sta accadendo, si resta solo feriti e con un vago senso di tradimento per le aspettative deluse.
Torniamo alla mia amica. Cosa le ho detto?
Da un lato occorre capire perché ciò che lui le ha detto le ha fatto così male, e dall’altro se lui voleva fermarsi a quella valutazione, o arrivare ad altri argomenti e litigare su altro. Può essere difficile trovare un modo per discutere di qualcosa che fa male, e spesso si preferisce scaricare la tensione su qualcosa che apparentemente è più lieve, ma allo stesso tempo comunica che c’è un disagio.
Se c’è qualcosa di più profondo, meglio toccare quello. E’ più difficile e va fatto con calma e senza farsi fuorviare dalle emozioni anche se la situazione è spinosa e fa tanto male. Arrabbiarsi e litigare su altro è solo una perdita di tempo e di energie, una distrazione che ci fa girare intorno al vero nucleo del problema, diluendo e prolungando il dolore.
Può capitare che il cambiamento dell’altro, reale o percepito, può essere vissuto come causa o effetto del proprio modo di fare e generare una ferita. In questo frangente la soluzione più costruttiva può essere fermarsi un attimo a riflettere per comprendere cosa accade.
Spesso l’inciampo dell’altro nella sua storia personale viene visto come esclusivamente dedicato a sé, come atto che in un certo modo insulta la propria persona o la relazione sentimentale, ma non è detto che sia così. Alcune volte (più spesso di quanto non si creda) queste situazioni non originano dalla relazione con il partner, ma all’interno della relazione è possibile trovare il sostegno per rialzarsi da quell’inciampo.
La coppia, come qualsiasi altra relazione, non è ferma e impermeabile, è in continua trasformazione, perché continuiamo a crescere e cambiare con il mondo che ci circonda (per fortuna o purtroppo, dipende dalle situazioni). L’instabilità guida i due partners verso un nuovo funzionamento in cui aumenta (si spera) la capacità di gestire le situazioni e la complessità – non complicazione! – della relazione.
A volte, comunque, non si riesce a uscire dal circolo vizioso dei non detti e delle emozioni difficili da tenere a bada, è allora che uno psicoterapeuta può venire in aiuto.
Come già detto, ogni coppia ha una serie di schemi che convalidano e sostengono la sua struttura. Qualsiasi cambiamento nella struttura andrà a cambiare la visione del mondo e viceversa qualsiasi cambiamento nella visione del mondo andrà a trasformare la struttura della coppia.
Quando c’è un conflitto, un disagio, un problema, può darsi che c’è solo una (angusta) percezione della realtà, quasi non ve ne fossero altre.
Di solito da un terapeuta ci si aspetta di portare il nostro disagio per vederci restituito il normale funzionamento precedente. Il terapeuta invece creerà nuovi mondi e offrirà una nuova realtà. Userà dati reali, ma contribuirà alla creazione di un nuovo assetto, più funzionale e aperto a nuovi cambiamenti e ulteriori, fisiologiche ristrutturazioni.
Periodi di equilibrio e adattamento si alternano ad altri di squilibrio, è normale, funziona così, non possiamo fermare la nostra vita a momenti bellissimi e perfetti come fotografie… ma possiamo fare tante fotografie mentre continuiamo a cambiare posizioni e panorami.

BIBLIOGRAFIA
S. Minuchin, H. C. Fishman, Guida alle tecniche della terapia della famiglia, Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, 1982.

Cambiare casa, punti di vista e panorami…

Cambiare casa, punti di vista e panorami…

Capita a tutti. Prima o poi arriva una situazione che ci mette di fronte a qualcosa di inatteso e stressante e la voglia di sedersi e di non fare nulla ci assale prepotente.

Quest’anno io, mio marito, mio figlio e le nostre due gatte… abbiamo cambiato casa. Dramma.

Avremmo voluto restare, ma proprio non era possibile, e gli step attraverso cui passare non sono stati facili: la ricerca della casa (in quale quartiere? con quali caratteristiche? cosa possiamo permetterci?), del mutuo (con quale banca? quale tasso?) , il trasloco (preventivi e cosa ci portiamo? cosa ci lasciamo indietro? cosa vorremmo portare a casa nuova, ma non avremo lo spazio?)… All’inizio c’erano solo la rabbia e l’impotenza di non poter restare a casa vecchia, e la tendenza a rilevare solo ciò che non andava in quelle che andavamo a vedere. Insomma. Mi ero seduta e guardavo il mondo che mi faceva il dispetto, l’oltraggio, di tutta quella situazione faticosa e ingarbugliata.
Perché in quella casa c’è stato tanto investimento emotivo?
Quella antecedente era decisamente piccola, poco luminosa e in un quartiere che non ho amato. Ed in quella che adesso dovevo lasciare ho cominciato a rivivere il piacere dell’ospitalità, dell’essere centrale ma non troppo, dell’uscire a fare due passi, e sono arrivate nell’ordine le gatte e mio figlio. Ho accumulato tanti ricordi piacevoli. E cambiare casa mi sembrava un cambiamento anche rispetto a quelle situazioni. Come se in un’altra casa non avessero potuto riaccadere cose belle.
Ma sono stata fortunata. La casa vecchia ha iniziato a congedarci con tutta una serie di piccole magagne che appesantivano ulteriormente la gestione del quotidiano. È stata una fortuna, perché ho iniziato a vedere il cambiamento in chiave positiva, come un miglioramento della nostra condizione, piuttosto che come un ostacolo alla nostra serenità.

Ho effettuato quello che in terapia sarebbe stata definita una ‘ristrutturazione’. In quel contesto sarebbe stato il terapeuta a farmi prendere in considerazione una prospettiva diversa e più costruttiva, in questo caso è stata solo una concatenazione (s)fortunata di eventi. Detta così sembra una cosa semplice: hai un problema, e un terapeuta apparentemente pieno di umorismo ti propone di vedere le cose in modo rovesciato: “è un’occasione!”… quante volte, nel dirlo, ho letto sui miei pazienti un’espressione perplessa.

Eppure vedere le cose in una nuova prospettiva offre tanto di più. Offre l’energia e la voglia di mettersi in gioco, invece di subire passivamente gli eventi. Permette di pensare in un modo diverso e, perché no, trovare nuovi stati d’animo e soluzioni prima neanche sospettate.

Mettiamoci una lente d’ingrandimento, su questo, perché è importante: cosa  accade quando si costruisce, destruttura e ricostruisce un pensiero, una prospettiva? Come altre volte mi affido all’etimologia.

Costruire significa mettere insieme, assemblare diversi elementi in modo da dar loro un certo senso. Positivo o Negativo. E qui occorre far attenzione, perché anche voler restare per forza attaccati a qualcosa di vissuto come positivo, può creare problemi. Siamo in continuo divenire, e non ci si può fermare quando la vita ci dice che dobbiamo muoverci. Quel nostro fermarci è deleterio. È restare attaccati al passato e perdersi le opportunità che ci riservano il presente ed il futuro.

Vediamo il passo successivo. Destrutturare non vuol dire distruggere, ma smontare, scomporre la configurazione esistita fino a quel momento ed isolarne i vari elementi. Solo così possiamo valutare quali di quegli elementi è giusto, opportuno, tenere ancora nella propria vita, e quali mettere da parte, perché non ci servono più e ci impediscono di crescere ulteriormente.

Infine, ristrutturare, in quest’ottica, vuol dire creare un nuovo ordine con gli elementi (vecchi e nuovi) che abbiamo in mano, dar loro un nuovo significato che ci permette di rimetterci in gioco (quando il circolo è gestito in modo virtuoso).

“La ristrutturazione non cambia i fatti concreti ma il significato che il soggetto attribuisce alla situazione – o per dirla con i termini che Epitteto usò fin dal primo secolo d. C. : ‘Non sono le cose in se stesse a preoccuparci, ma le opinioni che ci facciamo di esse’.”*

 Nel mio caso, abbiamo trovato una casa simile alla vecchia nella configurazione delle stanze, siamo rimasti nello stesso quartiere, ci siamo avvicinati alla scuola di mio figlio ed al parco, abbiamo guadagnato una splendida vista sugli alberi, il cielo stellato di notte e le cicale nel sottofondo dei pranzi estivi. E scusate se è poco.

*P. Watzlawick, J. H. Weakland, R. Fish, Change, Editrice Astrolabio, 1974

L’insostenibile pesantezza dell’esser manipolato

L’insostenibile pesantezza dell’esser manipolato

Le relazioni umane sono abbastanza semplici.

Nel bene come nel male le ritrovi uguali in un’aula di scuola materna o nell’etere per gestire un gruppo di professionisti.

Mi capita spesso di avere la fortuna di incappare nelle stesse dinamiche che ha mio figlio a scuola, ovviamente in altri contesti, e ci rifletto su. Da sola, coi colleghi o in altre situazioni informali.

Parlando con un’amica, è emerso che uno degli aspetti fondamentali, e più dolorosi, è che chi ci usa, spesso lo fa in nome dell’amicizia che ci lega. “Siamo amici, quindi puoi bere questo amaro calice per me (mentre io, ben inteso, mi prendo una tisana  calda coi biscottini)?”

Ma forse sto correndo troppo…facciamo un passo indietro.

Il manipolatore ha un conflitto o un bisogno, e cosa fa? Lo gestisce da solo? No, purtroppo cerca di usare gli altri per risolverlo. Il suo obiettivo è sottomettere l’altro, fornendogli informazioni contraddittorie e incomplete, che lo inducono a dubitare di sé (forse non sono come credevo di essere), della propria percezione (forse non ho visto o sentito bene) e della propria memoria (forse non ricordo bene). La vittima resta confusa, non capisce più cosa accade, né dentro, né fuori di sé.

Pian piano inizia a sentirsi e viversi male, a pensare che le sue capacità siano sbagliate, inappropriate o insufficienti, l’autostima precipita e si sente insicuro e vulnerabile.

Perchè accade questo? Perché così il manipolatore può risolvere il suo problema continuando a sentire di avere potere e controllo. Il suo potere non deriva da qualcosa che lo eleva, ma dal sotterrare l’altro.

E ancora, perchè la vittima abbocca? Cosa la predispone a ricevere l’amo? Perché, attenzione, il manipolatore è tale di fondo, ma non butta l’amo verso tutti.

Non siamo tutti uguali, abbiamo caratteri, educazioni e concezioni diverse, ed ognuno reagisce in modo personale a quanto ci propone la vita: ciò che atterrisce una persona, può passare del tutto inosservato ad un’altra. Detto in termini spicci, cascarci non è sintomo di stupidità, ma di predisposizione verso certe dinamiche.

Osserviamo meglio questa disposizione interna, perché ben o male la vittima elettiva della manipolazione ha 3 caratteristiche fondamentali:
– è rigida, tende a vedere il mondo bianco o nero. Non riesce a pensare che esistono diverse prospettive da cui vedere la stessa situazione e che quella che gli propone il manipolatore non è che una delle tante possibili, e può essere ben diversa dalla realtà delle cose;
– è una persona che cerca l’approvazione degli altri, dipende dal loro giudizio e se questo non è buono, fa di tutto per trasformarlo;
– cerca affetto, e tende ad idealizzare l’altro, visto come leader o competente in qualcosa che a lei sembra mancare.

Perché tanto coinvolgimento col manipolatore? Perché visto che l’altro ci sembra migliore in qualcosa, si vorrebbe essere come lui o almeno nelle sue grazie. Ma se ci rimanda un’immagine distorta di noi stessi, pur di cambiare la rappresentazione che l’altro ci propone, siamo disposti a tutto, più o meno consapevolmente… anche a bere il già citato calice amaro.

Cosa possiamo fare per uscire da questo ingranaggio che ci stritola?
– Parlarne, parlare di come ci si sente con qualcun altro. Il confronto spesso è fondamentale, quando c’è una manipolazione. Sono io fuori del mondo, ho capito o mi sono espressa male, oppure è l’altro che in modo più o meno consapevole mi usa per i suoi fini?
– Mettere da parte il senso di colpa e di inadeguatezza per avere inciampato in questa dinamica.

In seguito, prendendo spunto da ciò che predispone ad essere manipolati, cambiare tendenza e
– uscire dalla nostra rigidità, aprirci a nuove prospettive, per tollerare meglio l’immagine distorta che l’altro ci rimanda. Quello è solo uno dei tanti punti di vista da cui possiamo essere guardati e valutati.
– guardarsi meglio dentro, fare un’attenta analisi di ciò che siamo e ciò che facciamo, in modo da iniziare ad acquisire una nuova concezione di noi stessi, che non dipenda dai giudizi esterni.
– valutare le risorse proprie ed altrui come altrettanto lecite e degne di esistere, per evitare di idealizzare l’altro che in definitiva ha solo capacità diverse dalle proprie, non per forza migliori.

Infine, ricordare sempre che il nostro modo di essere e relazionarci agli altri sono unici, possono andare bene così come sono, ma per evitare di incappare in situazioni spiacevoli forse è meglio usare degli accorgimenti.

Ognuno ha il suo particolare modo di camminare, non è un problema. Ma se cammino per strada mentre piove e per terra ci sono tante foglie scivolose, forse è meglio stare attenta e cambiare un minimo la mia andatura per evitare di fare un tonfo.